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Le minoranze e i loro media

Cosa c'è di nuovo?

Pogrom bedrohte Völker n. 278-279, 4-5/2013

Bolzano, aprile 2014

Indice

Editoriale, Mauro di Vieste | Cristiani in Medio Oriente. Incontrarsi su Ankawa | Russia. Una patria virtuale per i Circassi | Kurdi. Dispersi nella diaspora, riuniti con i media | Futuro incerto per i media indiani in USA. Tutti ascoltano KILI | Mapuche in Cile e Argentina: "Stigmatizzati dai media cileni" | Messico e Guatemala. Dei Maya e dei loro media | Nasa in Colombia. Mobilitazione indigena online | Algeria: una radio per rafforzare l'autocoscienza dei Cabili | Gli aborigeni australiani e i loro mezzi d'informazione. Diffondere la propria storia senza paura

Editoriale [ su ]

Di Mauro di Vieste

Le minoranze e i loro media. Cosa c'è di nuovo? pogrom / bedrohte Völker 278-279 (4-5/2013). Le minoranze e i loro media. Cosa c'è di nuovo? pogrom / bedrohte Völker 278-279 (4-5/2013).

Care lettrici, cari lettori,

parlare dei media delle minoranze è come parlare di molte di quelle lingue ritenute in pericolo dall'UNESCO: infatti delle 6000 lingue attualmente parlate nel mondo, circa 2500 rischiano di scomparire per cause tra loro diverse. La globalizzazione, la repressione politica, l'assimilazione culturale e nei casi più gravi lo sterminio, rendono alcune popolazioni incapaci di perpetuare la propria lingua e la propria cultura. Alle società di maggioranza ovviamente non interessa promuovere culturalmente le società di minoranza, soprattutto quando questo implica una lotta per l'accaparramento di risorse naturali presenti sui territori abitati appunto da queste minoranze.

La tendenza alla scomparsa di molte lingue negli ultimi anni si sta combattendo però grazie alla diffusione di vecchi e nuovi media. La radio prima fra tutte riveste un ruolo fondamentale. In altri casi è la televisione a comportare una nuova rivoluzione. E infine internet ovviamente, che soprattutto fra i giovani, riesce a veicolare contenuti altrimenti non accessibili.

In questo numero speciale ci occuperemo del caso dei Circassi, gli abitanti originari della regione che ha ospitato le Olimpiadi invernali di Sochi. Vittime di genocidio a metà dell'800, si sono dovuti spostare nei paesi vicini, nel nord Europa e perfino negli USA. Nel 2010 è andata online la piattaforma cherkessia.net. Il sito rappresenta un punto di riferimento per tutti i Circassi, in particolare per quelli della diaspora. La maggior parte degli articoli è scritta in turco ma ogni tanto qualcosa è pubblicato anche in lingua adighè, in inglese, arabo o tedesco.

Simile alla storia di cherkessia.net è il quella di Mapuexpress, sito che informa sulla realtà della pesante repressione che subiscono i Mapuche in Cile e Argentina, ma che viene gestito dall'Olanda, proprio per garantire libertà di espressione ai collaboratori.

Per i Kurdi invece è stata soprattutto la televisione a ridare un senso di appartenenza che fino a pochi anni fa non aveva certo queste dimensioni. Se si pensa che i Kurdi che vivono in Kurdistan sono divisi tra almeno quattro stati, Turchia, Siria, Iran e Iraq, e una diaspora enorme vive sparpagliata nel resto del mondo, si può immaginare che rivoluzione sia stata la prima trasmissione in lingua kurda via satellite nel 1995. Si trattava dell'inizio delle trasmissioni di Med-TV dalla sede di Londra e per Hikmet Tabak, il suo fondatore, la messa in onda del canale kurdo doveva contribuire alla salvaguardia e allo sviluppo della cultura kurda. Med-TV ha rappresentato effettivamente un punto di svolta per la formazione di un'identità collettiva kurda. All'epoca in Turchia, lo stato in cui vivono almeno 20 milioni di Kurdi, l'utilizzo della lingua kurda era proibito a tutti i livelli e appunto per il semplice utilizzo della lingua si finiva dritti in carcere con l'accusa di separatismo.

Ma è ancora oggi la radio il mezzo a fare la differenza in molte parti del mondo come avviene per i Lakota negli Stati Uniti o per i Maya in Messico e Guatemala, o ancora per i Cabili in Algeria o gli Aborigeni in Australia. E' emblematico il caso di Radio Kili, la radio dei Lakota nella Riserva di Pine Ridge nel Dakota del Sud. La radio iniziò a trasmettere nel 1983, ma all'inizio non tutti ne apprezzarono il servizio visto che il progetto era stato avviato dall'America Indian Movement, organizzazione che era stata criminalizzata dalle autorità statunitensi per le sue azioni di protesta a favore dei Nativi americani (l'incidente più grave fu quello di Wounded Knee nel 1973). Ma è quando nel 1986 un fulmine distrusse le antenne della radio e si interruppero le trasmissioni che la gente si accorse dell'importanza di avere una radio comunitaria che era espressione della propria cultura.

Questi sono solo alcuni degli esempi e delle storie che riportiamo in questo numero, storie che ci dovrebbero far riflettere sull'importanza della conservazione di tutte le lingue e le culture che inesorabilmente stanno scomparendo. Riusciranno vecchi e nuovi media ad arginare questo fenomeno?

Mauro di Vieste

Foto di copertina: Belinda Juaw della stazione radio privata SPIRIT FM nella città di Yei nel Sudan del Sud, legge le notizie del giorno. SPIRIT FM trasmette in inglese e in arabo Juba come anche nelle lingue regionali Madi, Kuku e Kakwa. Molte comunità nel mondo danno vita a stazioni radio o altri progetti mediatici per lottare per la sopravvivenza della propria lingua e cultura. Iniziative come questa creano un'opinione pubblica alternativa a quella dei media convenzionali, i quali solitamente non si occupano a sufficienza di minoranze. Foto: Werner Anderson/ Norsk Folkehjelp Norwegian People's Aid/Flickr BY 2.0.

Cristiani in Medio Oriente [ su ]

Incontrarsi su Ankawa

Di Amir Almaleh

Panorama della città di Ankawa nel nord dell'Iraq. Qui lavorano i redattori di www.ankawa.com, il sito che fornisce notizie dal Medio Oriente. Panorama della città di Ankawa nel nord dell'Iraq. Qui lavorano i redattori di www.ankawa.com, il sito che fornisce notizie dal Medio Oriente.

"Abdul-Jabbar Khedr Tuza è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 6 aprile 2013 verso le 18.00 davanti a casa sua nella città irachena di Mosul da uno sconosciuto incappucciato. Khedr Tuza era assistente medico all'ospedale della città. Di fede cristiana, era nato nel 1957, sposato con tre figli." Questa notizia di cronaca appare sul sito d'informazione in lingua araba www.ankawa.com. Ogni giorno circa 70.000 persone si collegano al sito per informarsi sulla situazione di Assiri, Caldei e Aramei di fede cristiana e di altre minoranze del Medioriente.

Ankawa è stato fondato nel 1999 e nel frattempo è diventato uno dei siti, gestito da Cristiani, maggiormente letti. I redattori di Ankawa sono impegnati a fornire notizie sempre attuali e a promuovere attraverso il sito la tolleranza tra le religioni e i diversi gruppi etnici dell'Irak e del Medioriente. Oltre alle notizie Ankawa offre analisi politiche così come storia di vissuto quotidiano e spazia dall'informazione all'educazione e ancora all'intrattenimento. Nonostante il sito sia gestito dalla Svezia riesce a fungere da luogo virtuale d'incontro per un numero crescente di persone in Medioriente. I lettori possono commentare le notizie in un'apposita chat e condurre dibattiti su temi difficili e controversi. Più 50 volontari tra autori, tecnici informatici e altri professionisti, contribuiscono a far funzionare il sito tutti i giorni. L'unica fonte di entrate è data dalla pubblicità. Ankawa incassa mensilmente fino a 5.000 US$ (circa 3.660 Euro), quanto basta per coprire le spese di funzionamento del sito ma non per pagare i redattori.

L'ufficio principale di Ankawa si trova in un locale dell'Associazione per i diritti dei migranti "Yaomona" a Stoccolma, mentre mantiene sedi distaccate ad Ankawa vicino alla capitale del Kurdistan iracheno Arbil e a Bagdeda nella provincia di Ninive nell'Irak nordoccidentale. La redazione è composta da sette persone e più di 20 giornalisti sparsi in tutto il mondo che quotidianamente forniscono le notizie pubblicate. Tra i giornalisti circa dodici sono iracheni e altri tre stanno in uno dei paesi vicini dell'Irak.

Amir Almaleh è cofondatore e caporedattore di www.ankawa.com. Di fede cristiana, Amir Almaleh è nato in Iraq e vive in esilio in Svezia.

Russia [ su ]

Una patria virtuale per i Circassi

Di Nico

Protesta dell'Associazione per i popoli minacciati in dicembre 2013. Durante i Giochi Olimpici di Sochi anche i Circassi hanno tentato di sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale sulla loro situazione. Protesta dell'Associazione per i popoli minacciati in dicembre 2013. Durante i Giochi Olimpici di Sochi anche i Circassi hanno tentato di sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale sulla loro situazione.

Per il mondo i Giochi Olimpici Invernali 2014 a Sochi sono ormai un ricordo, ad eccezione che per i Circassi che fin dalla nomina di Sochi si sono opposti al grande evento sportivo. Da anni chiedono che la Russia chieda scusa per i massacri commessi 150 anni fa proprio a Sochi dall'esercito zarista e onori i morti circassi. Dopo oltre 100 anni di guerre contro l'esercito dello Zar, le tribù circasse erano già divise, indebolite e in parte messe in fuga quando nel 1864 l'esercito zarista si abbatté con ferocia su chi ancora resisteva all'occupazione e mise così fine all'opposizione circassa. Si stima che almeno 1 milione di persone morirono durante il genocidio russo. Oggi i discendenti dei Circassi, che preferiscono chiamare se stessi Adighi, vivono un po' in tutto il mondo. Nella Federazione Russa essi costituiscono con il 52% la maggioranza della popolazione solamente nella Repubblica di Cabardino-Balcaria. Nel 2010 è andata online la piattaforma virtuale www.cherkessia.net. Il sito costituisce un punto di riferimento e fornisce notizie a tutti i Circassi, in particolare a quelli della diaspora. La maggior parte degli articoli è scritta in turco ma ogni tanto qualcosa è pubblicato anche in lingua adighè, in inglese, arabo o tedesco. Per conoscere meglio questo mezzo d'informazione relativamente giovane, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha voluto intervistare Schamis Hatko, caporedattore e ideatore di Cherkessia.net e con Inal Tamzok, attivista circasso in Germania e autore di diversi articoli per Cherkessia.net.

APM: Quali scopi perseguite con la vostra piattaforma?
Cherkessia.net : Vogliamo ridare vita a un flusso di informazioni tra l'opinione pubblica mondiale e i Circassi. In seguito al genocidio e la messa in fuga siamo spariti anche dalla coscienza del mondo, è come se il nostro popolo non esistesse più. E' questo quello che vogliamo cambiare, e vogliamo parlare del nostro destino e dei nostri desideri. Ovviamente con il sito speriamo di riuscire a raggiungere e unire anche tutti i Circassi in giro per il mondo e creare qualcosa come una "patria virtuale". Dopo la diaspora le comunità circasse in tutto il mondo si sono sviluppate in modo autonomo e in parte hanno adottato la cultura dei paesi in cui hanno trovato rifugio. Alla lunga questo sviluppo ovviamente fa sì che ci possano essere anche grandi differenze tra le varie comunità circasse nel mondo.

APM: Quali lettori vorreste raggiungere?
Cherkessia.net : Vorremmo raggiungere quanti più Circassi possibile e convincerli a una partecipazione politica attiva. Vogliamo arrivare a tutte quelle persone che lavorano per la pace, la giustizia, i diritti umani e i diritti dei popoli autoctoni. Purtroppo finora ci riusciamo solo in parte, un po' anche per il fatto che siamo tutti volontari. Vorremmo pubblicare molti più articoli anche arabo, tedesco o inglese ma abbiamo poco tempo e capacità limitate per riuscirci.

APM: Cherkessia.net ha un preciso orientamento politico?
Cherkessia.net: Rappresentiamo gli interessi del popolo circasso. In questo senso non siamo neutri, però non abbiamo nessun orientamento politico né religioso. Tra i Circassi ci sono persone liberali, conservatrici, di sinistra, musulmani, cristiani e atei. Siamo decisamente ancorati al concetto di democrazia e ci piacerebbe poter tornare a vivere insieme come popolo, senza paura di essere assimilati. Questo non significa che vogliamo staccarci dalla Federazione Russa, ma vogliamo che in Russia i nostri diritti come popolo autoctono siano garantiti e rispettati.

APM: Quali sono i maggiori successi ottenuti da Cherkessia.net?
Cherkessia.net: In appena quattro anni di lavoro siamo riusciti a far passare tra i Circassi il concetto della ricostruzione della "Circassia". Quando abbiamo iniziato a trattare questo tema sulla piattaforma virtuale Circassian Canada siamo stati fortemente criticati, anche da rappresentanti di storiche organizzazioni circasse. Ci vedevano come provocatori che miravano a peggiorare le relazioni con la Russia. In realtà il nostro scopo era quello di fare la pace con la Russia. Ai tempi della Circassia la politica la politica dei Circassi consisteva soprattutto nel mantenere la propria cultura, lingua e tradizione. Si tratta di un impegno che rallenta sì un eventuale processo di assimilazione ma in ultima analisi non può eluderlo. Ci siamo resi conto che dovevamo cambiare radicalmente la nostra strategia se volevamo mantenere la nostra cultura e che dovevamo parlare anche di tematiche delicate come il genocidio del 19. secolo. Abbiamo poi voluto chiarire chi esattamente è un Circasso. In Turchia per esempio è considerato Circasso chiunque provenga dal Caucaso settentrionale come gli Abcasi, i Daghestani, i Ceceni o gli Ingusci. Tramite Cherkessia.net siamo riusciti a convincere molti Circassi del fatto che come popolo non abbiamo solo nemici ma anche molti amici in tutto il mondo, amici che potrebbero aumentare se continuiamo ad aprirci al mondo.

APM: Quali sono le difficoltà che dovete affrontare?
Cherkessia.net: Le nostre idee e posizioni erano del tutto nuove per molti Circassi e questo ovviamente ha comportato molte critiche. La maggior parte delle organizzazioni circasse aveva un orientamento pro-Russia, tanto che molti Circassi stessi mettono in dubbio il genocidio e pensano che viviamo nella diaspora a causa dell'emigrazione volontaria dei nostri antenati. Le colpe della Russia zarista nel commettere il genocidio vengono minimizzate così come vengono minimizzate le colpe dell'attuale Federazione Russa che non vuole chiedere ufficialmente scusa per il genocidio. Un'altra difficoltà sta nel poter svolgere un lavoro giornalistico adeguato. Siamo in pochi e questi pochi sono tutti volontari. Questo ovviamente limita la nostra possibilità di dedicare tempo al lavoro di ricerca approfondita e di traduzione.

APM: Avete una visione? Come vi immaginate lo sviluppo di questo mezzo d'informazione?
Cherkessia.net: La nostra meta è riuscire a professionalizzare il nostro lavoro e riuscire a diventare un'agenzia di stampa circassa. vorremmo anche aumentare e espandere la conoscenza sul nostro popolo nel mondo e per raggiungere più persone e lettori abbiamo abbinato il nostro lavoro su Cherkessia.net con facebook per arrivare a tutti coloro che ancora non conoscono il nostro sito.

Kurdi [ su ]

Dispersi nella diaspora, riuniti con i media

Di Linus Mandl

Televisione e Internet hanno contribuito in modo determinante a creare un'identità collettiva kurda. Televisione e Internet hanno contribuito in modo determinante a creare un'identità collettiva kurda.

Per centinaia di migliaia di famiglie kurde in tutto il mondo nel marzo 1995 ci fu una piccola rivoluzione. Per la prima volta nella loro vita era possibile sintonizzarsi via satellite su una trasmissione televisiva nella propria lingua. Per Hikmet Tabak, fondatore di Med-TV con sede a Londra, la messa in onda del canale kurdo doveva essere un contributo alla salvaguardia e allo sviluppo della cultura e lingua kurda e avrebbe dovuto permettere alla popolazione kurda nel mondo di comunicare attraverso la televisione. Effettivamente Med-TV ha rappresentato un punto di svolta per la formazione di un'identità collettiva kurda. Fino a quel momento l'esistenza di un'emittente televisiva in lingua kurda era semplicemente inimmaginabile. Nel 1992 l'utilizzo pubblico della lingua kurda restava proibito in Turchia, ora tutti i Kurdi in Turchia non solo potevano ricevere via satellite trasmissioni nella loro lingua ma potevano intervenire, chiamare lo studio televisivo e arricchire le trasmissioni con i loro commenti. Med-TV riuscì ad avvicinare tra loro i milioni di persone disperse nella diaspora kurda. Quattro anni dopo la prima trasmissione Md-TV fu costretta a chiudere. La Turchia accusò l'emittente di rapporti con il Partito dei lavoratori del Kurdistan PKK e fece pressioni sulle autorità britanniche. Per la prima emittente in lingua kurda iniziarono tempi difficili. Le unità anti-terrorismo inglesi irruppero nello studio e negli uffici dell'emittente, diversi collaboratori furono arrestati e nel 1999 la Independent Television Commission ritirò la licenza a Med-TV. Nonostante la sua breve vita, Med-TV scrisse la storia della televisione in lingua kurda e spianò la strada a diversi altri e nuovi canali in lingua kurda.

A circa 20 anni dalla prima trasmissione di Med-TV, la comunità mediatica kurda si è notevolmente ingrandita. Oggi esistono più di 30 canali televisivi kurdi che trasmettono in digitale terrestre o via satellite, tra cui TRT-6 direttamente gestito dallo stato turco e in onda fin dal 2009. Negli anni '90 nessuno avrebbe osato immaginare un tale sviluppo dei media in lingua kurda. Per molto tempo la Turchia si è ermeticamente chiusa nel proprio nazionalismo rifiutando qualsiasi concessione alle minoranze del proprio paese e arrivando addirittura a proibire l'uso pubblico della lingua kurda. Fino al 1992 scrittori, attori e cantanti che osavano esprimere la propria arte in kurdo rischiavano di essere arrestati, processati e condannati dalla giustizia turca come "terroristi" o "traditori della patria". In questo senso per molti è tuttora incredibile che lo stato abbia deciso di avviare un'emittente televisiva statale in lingua kurda.

Una comunità mediatica non si forma solamente grazie alla televisione, ma anche attraverso internet. La "rete" è un luogo ideale per condurre dibattiti politici, conoscere persone, scambiare musica, scrivere poesie e pubblicare filmati, e tutto ciò in lingua kurda, nelle sue varianti kurmanci, sorani e zazaki. Nel world wide web si trovano addirittura corsi di lingua kurda e una letteratura adeguata per cimentarsi nella "nuova" lingua. Grazie alla rete il tabù vigente in Turchia sull'utilizzo del kurdo è diventato obsoleto. A differenza dei mezzi di informazione a stampa che fino a relativamente poco tempo fa erano rigorosamente censurati dalle autorità turche e che quindi raggiungevano solo piccole cerchie esclusive di lettori, le pubblicazioni in internet sono molto più difficili da controllare. La comunità virtuale inoltre riesce ad accorciare la distanza tra i Kurdi della diaspora e quelli rimasti nei villaggi di origine. I Kurdi residenti in Germania, Francia, Italia e in altri paesi ora possono seguire gli accadimenti e sviluppi a casa e partecipare attivamente al dibattito politico.

La formazione dell'identità kurda attraverso i mezzi d'informazione e comunicazione ha comportato anche dei risvolti politici. Molte emittenti televisive kurde vogliono trasmettere agli spettatori la sensazione di fare parte di un'unica comunità kurda e danno quindi parecchio spazio al nazionalismo kurdo e ai suoi simboli. La lotta per la libertà di stampa e di opinione è così spesso accompagnata da una volontà indipendentista. La lotta per un stato kurdo si è da tempo trasformata in una lotta di propaganda. Le armi schierate dalla Turchia sono l'emittente TRT-6, opposta fino al 2012 all'emittente Roj TV che faceva capo al partito kurdo PKK. I notiziari e i programmi di divertimento in kurdo sulla televisione statale turca avevano lo scopo di creare una contro-propaganda al PKK. A sua volta il PKK temeva che l'emittente statale usasse il canale televisivo per trasmettere il solito nazionalismo turco, questa volta in lingua kurda, e che informasse in modo parziale sugli interventi militari dell'esercito turco nei territori kurdi. Il PKK ha quindi dichiarato che chiunque guardava TRT-6 era da considerare un traditore. Lo sviluppo dei mezzi di informazione in lingua kurda non riguarda solo la Turchia. Nel Kurdistan iracheno i due maggior partiti kurdi gestiscono ognuno la propria emittente, Kurdsat e Kurdistan TV. Il partito kurdo dell'Unione Democratica (PYD) in Siria informa anch'esso sulla propria emittente Ronahi TV dello sviluppo della guerra civile nel paese e ogni giorno invia tramite internet una newsletter agli abbonati in tutti il mondo.

La molteplicità dell'offerta mediatica kurda mette a nudo anche i conflitti tra gli stessi gruppi e partiti kurdi. Da tempo i kurdi di Siria, Iran e Turchia portano avanti una lotta per il potere e per la leadership regionale che appare evidente proprio nell'informazione fornita dalle rispettive emittenti. Così, se da un lato la molteplicità delle emittenti kurde riesce a trasmettere le istanze di questa minoranza a un pubblico più ampio e internazionale, dall'altro lato molti lamentano una certa mancanza di professionalità giornalistica visto che molte emittenti sembrano non scindere gli avvenimenti dalle convinzioni politiche. Tra i compiti di un mezzo di informazione c'è quello di risolvere i disaccordi non con le armi in mano ma con i dibattiti pubblici. In questo senso, il compito dei media in lingua kurda dovrebbe anche essere quello di porsi come osservatori obiettivi nel processo di pace tra Kurdi e Turchi e di contribuire in tal modo alla crescita e al consolidamento di un processo democratico anche all'interno della comunità kurda.

Linus Mandl è stato tirocinante dell'Ufficio Medioriente dell'Associazione per i Popoli Minacciati di Göttingen nell'estate 2013. Da settembre 2012 è studente del "German Turkish Master's Program in Social Sciences" dell'Università Tecnica del Vicino Oriente di Ankara/Turchia e della Humboldt-Universität di Berlino. E' stato ad Ankara, a Istanbul e nelle regioni kurde della Turchia meridionale e dell'Iraq del Nord.

Futuro incerto per i media indiani in USA [ su ]

Tutti ascoltano KILI

Di Sandy Naake

Nel 2009 Fanny Bräuning girò il documentario 'No More Smoke Signals' che documentava l'importanza di Radio Kili per i Lakota. 'Un luogo dimenticato tra lotta e speranza, tra mito indiano e quotidianità nella riserva più povera degli Stati Uniti (...). Radio Kili è tutto questo. Invece dei segnali di fumo Radio Kili trasmette i suoi segnali radio attraverso la grandiosità dei paesaggi, con una sapiente miscela di humour e malinconia. Nel 2009 Fanny Bräuning girò il documentario "No More Smoke Signals" che documentava l'importanza di Radio Kili per i Lakota. "Un luogo dimenticato tra lotta e speranza, tra mito indiano e quotidianità nella riserva più povera degli Stati Uniti (...). Radio Kili è tutto questo. Invece dei segnali di fumo Radio Kili trasmette i suoi segnali radio attraverso la grandiosità dei paesaggi, con una sapiente miscela di humour e malinconia."

L'anziana Lakota che si sveglia e ascolta musica tradizionale, l'agricoltore nativo che segue le previsioni del tempo, il giovane padre che si informa sulle offerte di lavoro o l'adolescente che alza il volume al suono del Rock'n'Roll - per Radio Kili tutte queste persone devono essere raggiunte. La "voce dei Lakota" trasmette fin dal 1983 nella Riserva di Pine Ridge nel Dakota del Sud e fin dall'inizio l'obiettivo degli ideatori della radio era quello di offrire un servizio più eterogeneo possibile.

Inizialmente non tutti videro di buon occhio l'avvio dell'emittente nativa, tant'è che all'epoca il quotidiano Rocky Mountain News scriveva "Terroristi installano emittente radiofonica". Radio Kili fu fondata da membri dell'American Indian Movement (AIM), un'organizzazione di protesta dei Nativi americani che soprattutto negli anni '70 fu fortemente criminalizzata dalle autorità statunitensi. Nel 1973 i militanti dell'AIM occupano per 71 giorni il villaggio di Wounded Knee all'interno della riserva di Pine Ridge. Wounded Knee aveva e ha tuttora un forte valore simbolico e storico, è il luogo in cui nel 1870 l'esercito statunitense massacrò centinaia di Lakota indifesi. La protesta chiedeva la verifica di tutte le violazioni dei contratti firmati tra Nazioni Native e governo degli Stati Uniti nonché un'inchiesta sulle condizioni in cui versavano le riserve indiane.

Nonostante le difficili premesse nel 1983 Radio Kili inizia a trasmettere e continuerà a farlo fino al 2006 quando un fulmine distrugge l'antenna trasmittente della radio. Radio Kili si trova costretta a interrompere le trasmissioni e ad avviare una raccolta fondi per comprare un'antenna nuova. "Da quando Radio Kili ha smesso di trasmettere non so più cosa succede qui da noi", si lamenta un ascoltatore. Ci vuole un anno prima di riuscire ad acquistare l'antenna nuova. Ma il "blackout" ha avuto anche degli aspetti positivi. Per i Lakota è diventato evidente che l'esistenza di una radio autogestita non è scontata e quanto invece sia importante l'informazione fornita da Radio Kili. L'emittente trasmetteva in diretta eventi sportivi e consultazioni politiche, informava di compleanni, offerte di lavoro e annunci mortuari all'interno della riserva. Molte trasmissioni sono in lingua lakota per contribuire al mantenimento della propria lingua e cultura.

Bobby Gomes (a destra) di Radio KAHU alle Hawaii saluta dei giovani musicisti. Dal 2010 al 2013 Radio Kahu era l'unica emittente radiofonica di proprietà di Nativi hawaiiani. A causa delle spese di produzione troppo alte nel 2013 il fondatore Wendell Kaehuaea è stato costretto a vendere la licenza radio al Hawai'i Public Radio. Bobby Gomes (a destra) di Radio KAHU alle Hawaii saluta dei giovani musicisti. Dal 2010 al 2013 Radio Kahu era l'unica emittente radiofonica di proprietà di Nativi hawaiiani. A causa delle spese di produzione troppo alte nel 2013 il fondatore Wendell Kaehuaea è stato costretto a vendere la licenza radio al Hawai'i Public Radio.

Un'infrastruttura digitale desolante
L'impegno radiofonico dei Lakota non deve trarre in inganno. In realtà la situazione dei media nativi negli USA è scoraggiante. Secondo Native Public Media (NPM), un'organizzazione che dal 2004 affianca i Nativi americani nella creazione di proprie emittenti radiofoniche, solo 53 su 566 popoli nativi statunitensi possono contare su una propria emittente radiofonica. Inoltre l'infrastruttura digitale nelle riserve è praticamente inesistente. Nelle riserve native solo ogni terza persona ha una linea telefonica e meno del 10% della popolazione delle riserve possiede una connessione a banda larga.

Loris Ann Taylor della riserva Hopi in Arizona aveva dieci anni quando per la prima volta ascoltò la radio. Un turista aveva regalato a suo nonno una piccola radio a batteria visto che nella riserva non c'era la l'elettricità. Quell'evento sembra averla colpita profondamente e oggi Loris Ann Taylor è presidente di NPM. "Per molti Nativi le stazioni radio native sono anche patria e terra natia", ci racconta, "le definiscono 'custodi della nostra storia, lingua e cultura' o anche 'scuole senza muri'. Ci sono talmente tanti buchi neri [riguardo all'esistenza di radio comunitarie] che dobbiamo ancora colmare".

Sopravviveranno i quotidiani?
I media dei Nativi creano un'opinione pubblica alternativa a quella dei media convenzionali solitamente poco inclini a informare dei problemi dei Nativi o addirittura impregnati di stereotipi e pregiudizi. Il primo giornale nativo fu pubblicato nel 1828 in lingua cherokee e inglese. Il Cherokee Phoenix informava i lettori soprattutto sulle decisioni politiche e giuridiche riguardanti i Cherokee. Negli anni '40 e primi '50 del secolo scorso venne pubblicato il secondo mensile prodotto da Nativi americani. La rivista Ádahoonílígíí usciva inizialmente solo in lingua navajo e a partire dal 1947 anche in inglese ma nel 1957 la pubblicazione fu interrotta per la mancanza di fondi. Due anni dopo apparve il Navajo Times, un settimanale che tuttora vende 25.000 copie e che si è profilato come il maggiore settimanale nativo stampato degli USA.

La voce principale del movimento per i diritti dei Nativi degli anni '60 e '70 era indubbiamente l'Akewsasne Notes. L'idea di un giornale della resistenza nacque nel dicembre 1968 da un gruppo di persone sedute attorno al tavolo da cucina del Mohawk Ernest Kaientaronkwen Benedict. Finanziata tramite le donazioni, la rivista poté mantenere la propria indipendenza. Le Akewsasne Notes era un settimanale intertribale che si autodefiniva la voce degli Haudenosaunee (la gente della lunga casa), ossia la voce delle Sei Nazioni che appartengono alla stessa famiglia linguistica. La rivista però non informava solamente della condizioni di vita nelle riserve delle Sei Nazioni (Cayuga, Mohawk, Oneida, Onondaga, Seneca, Tuscarora), ma anche di quanto succedeva a livello internazionale. La redazione di Akewsasne Notes informava della resistenza delle Nazioni Native come della distruzione della foresta Amazzonica o della repressione in Tibet.

Nel gennaio 1988 degli sconosciuti lanciarono una bomba incendiaria negli uffici del settimanale. Nella prima uscita dopo l'attentato la redazione scrisse: "I nostri uffici sono stati distrutti da coloro che ad Akwesasne [territorio Mohawk, al confine tra Stati Uniti e Canada] non gradiscono che scriviamo dei problemi degli Haudenosaunee, di azioni criminali e comportamenti amorali. Queste persone sono quasi riuscite a distruggerci ma noi sopravviviamo." Quasi dieci anni dopo, nel 1997, il settimanale dovette chiudere i battenti, i costi di produzione erano diventati troppo alti.

Attualmente la principale fonte di informazione per i Nativi Americani è dato dal settimanale Indian Country Today. Dall'estate 2013 la rivista esce unicamente in forma digitale.

Per l'editore Ray Halbritter la decisione di sospendere la stampa e pubblicare solo in digitale dipende dal fatto che "la tecnologia moderna è talmente avanzata che dobbiamo preoccuparci unicamente di dare ai nostri lettori ciò di cui hanno realmente bisogno". Suzanne Sobel dell'Indian Country Today condivide l'opinione di Halbritter nonostante solo il 43% del Nativi Americani e appena il 10% di coloro che vivono nelle riserve dispone di un accesso a Internet. "La maggior parte usa comunque solo il proprio smartphone per mantenersi informato", replica la Sobel, "inoltre online si raggiungono molte più persone e possibili sostenitori e lobbisti per la causa dei nativi".

Di altro avviso è Sheena Louise Roetman. La giovane giornalista con origini Creek e Lakota lamenta che in questo modo ci rimettono soprattutto gli anziani, e anche Tim Giago degli Oglala Lakota e fondatore nel 1981 dell'Indian Country Today (venduto nel 1998 alla Nazione Oneida) è d'accordo. "Il Navajo Times è oggi il maggiore giornale nativo degli Stati Uniti e le copie stampate sono in aumento. Questo perché la maggior parte delle persone preferisce ancora tenere in mano un giornale vero, e anche perché molti Navajo non dispongono dell'accesso a internet".

Ritorno alla radio?
"Nella riserva Hopi non esistono i vigili del fuoco. Se c'è un incendio boschivo noi siamo gli unici che possono mettere in guardia le persone", racconta Richard Davis dell'emittente radiofonica Kuyi. Nel 2010 la riserva fu travolta e isolata da una tempesta di neve. Grazie a radio Kuyi gli abitanti vennero a sapere dove gli aerei della Guardia Nazionale avrebbero lanciato i pacchi di viveri.

La radio è l'unico mezzo in grado di collegare velocemente tra loro comunità lontane, non solo nel territorio Hopi in Arizona ma anche nell'isolata Alaska. Radio KBRW si trova a Barrow, la città più settentrionale degli Stati Uniti. Secondo Jeff Seibert, Radio KBRW è l'unica emittente radiofonica nel giro di 94.000 miglia quadrate (94.000 miglia quadrate corrispondono a 243.450 km² che a loro volta corrispondono all'estensione della Gran Bretagna). "Qui la gente è molto spirituale e quindi offriamo molte trasmissioni religiose in lingua inglese e iñupiat, una delle lingue native dell'Alaska".

Solo il 57% delle emittenti radiofoniche native dell'America settentrionale trasmettono nella lingua della propria gente. "Tentiamo con ogni mezzo di offrire più trasmissioni nella nostra lingua", spiega Margaret Rousu di Radio Niijii nella riserva White Earth in Minnesota, "ma è una corsa contro il tempo perché ormai sono rimasti in pochi a conoscerla. Nella nostra riserva sono rimaste solo 4 persone in grado di parlare fluentemente l'Ojibwe."

Questa purtroppo non è l'unica preoccupazione delle emittenti native. 35 emittenti dipendono per la loro sopravvivenza dai finanziamenti della Corporation for Public Broadcasting (CPB), una fondazione del Congresso degli Stati Uniti che sostiene diverse istituzioni. Il budget della CPB per il 2014 è di 4,5 miliardi di dollari (3,3 miliardi di Euro) che distribuiti corrispondono a circa 95.000 Euro per ogni emittente radiofonica. Rispetto all'anno prima il finanziamento per ogni emittente è calato del 5%.

Richard Davis della radio hopi Kuyi è preoccupato. "Ovviamente le nostre comunità possono sopravvivere anche senza di noi. Ma questo le metterebbe in pericolo. Noi qui facciamo un lavoro davvero rivoluzionario. Ogni giorno che trasmettiamo nella nostra lingua è un giorno in più di sopravvivenza della nostra cultura".

Mapuche in Cile e Argentina [ su ]

"Stigmatizzati dai media cileni"

Un attivista mapuche si incatena al cancello della Cattedrale di Buenos Aires per protestare contro gli arresti arbitrari di Mapuche. Un attivista mapuche si incatena al cancello della Cattedrale di Buenos Aires per protestare contro gli arresti arbitrari di Mapuche. Foto: the future is unwritten/Flickr BY-NC-SA 2.0.

"Abbattere i muri dell'intolleranza" e "non dover far riferimento a mezzi di comunicazione che discriminano i Mapuche" si legge nella presentazione di Mapuexpress (www.mapuexpress.org), una piattaforma di informazione online sulla realtà dei circa 2 milioni di Mapuche in Cile e Argentina. La situazione dei Mapuche in Cile è particolarmente difficile. Nel paese sudamericano vivono tra i 1,4 e i 1,6 milioni di Mapuche. Da decenni protestano in modo pacifico per il rispetto dei loro diritti così come sanciti dagli accordi internazionali firmati e ratificati dai governi cileni e per la restituzione delle terre tolte loro durante la dittatura militare del generale Augusto Pinochet (1973-1990).

Per le autorità le proteste degli "uomini della terra", come i Mapuche chiamano se stessi, sono però atti di terrorismo tant'è che per i Mapuche gli arresti arbitrari e le persecuzioni violente sono all'ordine del giorno. Diventa allora fondamentale organizzarsi anche a livello mediatico per poter dare conto della reale situazione dei Mapuche. Nel 2000 Rafael Railaf e Alfredo Sequel, due Mapuche residenti in Olanda, fondano Mapuexpress e in pochi anni la piattaforma online registra quotidianamente 3.000 visite e offre ai suoi lettori più di 6.000 articoli. Per saperne di più, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha intervistato Rafael Railaf.

Rafael Railaf, uno dei fondatori di Mapuexpress. Rafael Railaf, uno dei fondatori di Mapuexpress.

APM: Per quale motivo il sito Mapuexpress non è registrato in Cile?
Rafael Railaf: Abbiamo deciso di andare online fuori dal Cile per evitare problemi con il governo cileno. La persecuzione dei Mapuche in Cile implica anche un forte controllo della rete di comunicazione. Su Mapuexpress i membri registrati hanno quindi la possibilità di pubblicare informazioni e notizie riguardanti i Mapuche. Il nostro primo dominio era registrato nei Paesi Bassi ed era gestito dalla Mapuche Folil Foundation (La Mapuche Folil Foundation è stata fondata nel 2000 in Olanda da un gruppo di Mapuche in esilio. Lo scopo dell'organizzazione è di sostenere i Mapuche in Cile e di sensibilizzare l'opinione pubblica europea sulla storia e i problemi dei Mapuche tramite una serie di attività come mostre, seminari o serate informative). Dal 2013 Mapuexpress è del tutto indipendente con una propria redazione web. Anche il nuovo dominio non è registrato in Cile per le stesse ragioni per cui non lo era quello precedente.

APM: Qual'è lo scopo principale di Mapuexpress?
Rafael Railaf: Prima che esistesse questa piattaforma tutte le informazioni che ci riguardavano venivano unicamente dai mezzi di comunicazione normali. I mezzi di informazione cileni sono però di parte, mirano a creare scontro e sono i principali responsabili della stigmatizzazione dei Mapuche. Sono loro a diffondere la paura tra la popolazione maggioritaria cilena. A questo punto bisogna peraltro precisare che i proprietari dei mezzi d'informazione sono tutti uomini d'affari che hanno acquistato terre in Araucania (regione nel Cile meridionale, terra ancestrale del popolo Mapuche). Ovviamente hanno anche un forte interesse economico a mantenere una situazione di paura e repressione. Mapuexpress invece è una piattaforma indipendente che vuole far conoscere i problemi dei Mapuche senza alcuna censura.

APM : A chi è diretto Mapuexpress?
Rafael Railaf: A tutti coloro che vogliono sapere cosa succede veramente nelle comunità Mapuche.

APM : Come ottenete le informazioni pubblicate?
Rafael Railaf : Ci sono membri di Mapuexpress in diverse regioni del Cile e dell'Argentina che ci forniscono informazioni di prima mano su quanto accade là. Possono essere studenti ma anche esperti in vari settori. Le notizie però possono arrivare anche da persone che non sono membri della nostra piattaforma e che ci informano via mail.

APM: Siete mai stati minacciati per il vostro lavoro?
Rafael Railaf: Sì, soprattutto all'inizio. Ma le minacce sono cessate quando è risultato evidente che la nostra è una piattaforma indipendente e apartitica.

APM: Chi vi minacciava?
Rafael Railaf : La maggior parte dei Cileni non crede che dei Mapuche possano essere capaci di organizzare da soli una grande rete indigena. All'inizio venivamo stigmatizzati come Mapuche radicali, finanziati da qualche gruppo estero. Molti non possono credere che si tratti di un'iniziativa che nasce all'interno di una nuova generazione di Mapuche, con molti di noi nati e cresciuti in Europa, che abbiamo studiato in Europa ma che ciò nonostante ci sentiamo legati e appartenenti ai Mapuche in Sudamerica che vogliamo sostenere da qui.

Messico e Guatemala [ su ]

Dei Maya e dei loro media

Di Stephanie Brause

Scena del trailer della telenovela messicana 'Baktún', parlato quasi esclusivamente in lingua maya-yucateca. La telenovela spiega anche molti aspetti della cultura Maya come p.es. il calendario proposto in questo trailer. Scena del trailer della telenovela messicana 'Baktún', parlato quasi esclusivamente in lingua maya-yucateca. La telenovela spiega anche molti aspetti della cultura Maya come p.es. il calendario proposto in questo trailer.

Il giovane maya Jacinto migra verso New York. A casa non c'è lavoro. Quando suo padre sta morendo, Jacinto torna al villaggio dove cerca di reimparare la lingua madre dimenticata, il maya-yucateco, e di ritrovare le sue radici culturali. Un po' alla volta Jacinto capisce che la propria cultura va mantenuta, coltivata e integrata nel "mondo moderno". Sembrerebbe una storia di vita come tante, ma la storia di Jacinto è la traccia di "Baktún", la prima in cui si parla quasi esclusivamente il maya-yucateco. La telenovela viene trasmessa da giugno 2013 nello stato federale messicano di Quintana Roo.

Le telenovela sono molto seguite in America Latina tant'è che secondo il regista Bruno Cárcamo il genere potrebbe essere particolarmente adatto alla diffusione e riaffermazione delle lingue indigene. Gli sceneggiatori di Baktún tentano di mettere in scena le tradizioni maya nel modo più reale e corretto possibile, di spiegare elementi culturali come il calcolo del tempo e di adattare la trama alle norme culturali maya. Così ad esempio sono state cancellate 300 scene di baci poiché la cultura maya non vede di buon occhio le manifestazioni di affetto in pubblico prima del matrimonio.

In Messico vivono circa 759.000 persone che parlano il maya-yucateco, una delle moltissime lingue della famiglia delle lingue maya. Il progetto della telenovela ha suscitato molto interesse anche al di fuori dei confini messicani, come in Perù e in Bolivia.

Il maya-yucateco è anche la prima lingua indigena adottata dal browser Firefox. L'idea di offrire i servizi di Firefox in lingua maya è venuta ad alcuni collaboratori di Firefox quando nel 2003 il governo messicano riconobbe le lingue indigene parlate sul territorio come "lingue nazionali" accanto allo spagnolo.

Lo scopo del progetto era quello di dare maggiore visibilità e sostegno alle lingue indigene. Concretamente il progetto ha permesso ai locutori del maya-yucateco di diffondere le proprie conoscenze attraverso la rete, di scoprire che l'utilizzo della propria lingua va oltre la semplice chiacchierata con il vicino di casa e di conseguenza a stabilire una maggiore identificazione con la propria lingua madre. L'avvio del progetto pilota è stato difficile. Gli ideatori del progetto hanno prima dovuto convincere le diverse comunità coinvolte della validità e dei vantaggi collegati al progetto, dopodiché bisognava trovare sufficienti persone di madrelingua con un buon livello scolastico per le traduzioni di testi anche molto complessi. Un altro problema era dato dalla scarsità di letteratura nelle lingue indigene per cui molti sapevano sì parlare la propria lingua ma non leggerla e scriverla.

Nonostante i molti ostacoli oggi Firefox è stato tradotto in 26 lingue indigene parlate in Messico tra cui il nahuatl, lo zapoteco e il wixárika. Nel frattempo il progetto continua a crescere anche oltre i confini messicani accogliendo lingue come il kichwa dell'Ecuador, il tz'utujil del Guatemala o il nawat pipil del Salvador.

Nel 2011 attivisti per i diritti umani da diversi paesi hanno aiutato una comunità maya in Guatemala a costruire una stazione radio per potersi difendere dallo sfruttamento di una miniera d'oro da parte di una ditta canadese. Nel 2011 attivisti per i diritti umani da diversi paesi hanno aiutato una comunità maya in Guatemala a costruire una stazione radio per potersi difendere dallo sfruttamento di una miniera d'oro da parte di una ditta canadese.

Il lancio di trasmissioni televisive e di internet in lingue maya non ha però tolto importanza ai mezzi di comunicazione tradizionali come la radio. Il "Sistema di emittenti radiofoniche culturali indigene" è stato avviato nel 1979 dalla statale Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni (Comisión Nacional para el Desarrollo de los Pueblos Indígenas) con lo scopo di raggiungere in modo particolare la popolazione rurale messicana.

Attualmente ognuna di queste emittenti trasmette per una media di dodici ore al giorno. Più di 21 emittenti raggiungono circa 5,5 milioni di persone in oltre 950 comunità. Il 75% degli ascoltatori appartiene a uno dei gruppi indigeni del territorio. Le trasmissioni sono in spagnolo e, a seconda dell'emittente, in una delle 31 lingue indigene del territorio.

Le tematiche trattate sono molteplici, dall'educazione alla salute, dalla cultura ai diritti umani. Grazie al bilinguismo delle trasmissioni il progetto delle emittenti culturali indigene riesce a costruire un ponte tra la popolazione indigena e la popolazione non-indigena.

Anche il Guatemala vanta diversi progetti radiofonici promettenti. Uno di questi progetti è l'"Istituto guatemalteco per la formazione via radio". Si tratta di una vera e propria scuola che insegna tramite trasmissioni radiofoniche. Il progetto è nato nel 1979 per riuscire a raggiungere tutta quella popolazione rurale che non ha alcuna possibilità di accedere oppure ha un accesso solo limitato a scuole e attività di formazione. La scuola radiofonica offre anche corsi di lingua q'eqchi' e kaqchikel e oltre che alla radio le trasmissioni possono essere ascoltate via internet. Attualmente 42.000 persone sparse per tutto il territorio utilizzano i corsi offerti dal progetto radiofonico.

La mano pubblica guatemalteca sostiene finanziariamente progetti mediatici come l'emittente televisiva multiculturale TV Maya che ha avviato le trasmissioni nel 2007. Il contenuto redazionale di TV Maya è elaborato dall'Accademia per le Lingue Maya che attraverso i programmi televisivi spera di poter contribuire al mantenimento dei valori e della cultura maya e alla loro divulgazione nella società multiculturale guatemalteca. Proprio per rispettare il volto multiculturale del paese, i programmi di TV Maya sono multilingue come la trasmissione "Riqachoch" che va in onda in spagnolo e in kaqchikel. Le trasmissioni sono comunque aperte e dirette a tutti i gruppi etnici, tra cui ovviamente anche i Ladinos, gli Xinca o i Garífuna (I Ladinos sono i discendenti di lingua spagnola della popolazione bianca e indigena. Gli Xinca sono un gruppo indigeno del Guatemala meridionale e i Garifuna sono i discendenti di schiavi africani e della popolazione caraibica).

Il successo riscosso dai progetti mediatici multiculturali finora realizzati in Guatemala è di buon auspicio per il futuro dei mezzi di informazione indigeni nella giovane democrazia. Il Guatemala infatti conosce la pace solo nel 1996 dopo decenni di guerra civile tra le forze armate della dittatura militare e i movimenti guerriglieri. I morti - circa 200.000 - appartenevano prevalentemente alle popolazioni maya. Nonostante gli ultimi sviluppi ci sono tuttora migliaia di emittenti che trasmettono senza licenze statali. Una di queste emittenti pirata è la radio maya Ixchel nel distretto di Sumpango. Qui il salario medio della popolazione è di 250 dollari al mese e il costo di un licenza radiofonica è proibitivo per la maggior parte della popolazione. Gestire un'emittente radiofonica perfettamente legale può arrivare a costare anche qualche centinaia di migliaia di dollari, decisamente troppo in questa regione prevalentemente rurale. Nel 2006 la polizia ha perquisito la sede di Radio Ixchel e ha sequestrato la maggior parte della loro attrezzatura. Ciò nonostante l'emittente pirata non si è arresa. Grazie alle donazioni provenienti dai suoi 8.000 ascoltatori la radio ha ripreso a funzionare in un luogo tenuto segreto. Ora per le autorità sarà difficile individuare la sede dell'emittente che fornisce ai suoi ascoltatori musica e notizie in lingua kaqchikel.

Stephanie Brause sta assolvendo un master in Americanistica all'interno del quale si è più volte recata in America Latina. Da ottobre 2013 a gennaio 2014 ha svolto un tirocinio presso l'Associazione per i Popoli Minacciati in Germania.

I Nasa in Colombia [ su ]

Mobilitazione indigena online

Di Ulrich Morenz

Nasa nella regione di Cauca, Colombia. Nasa nella regione di Cauca, Colombia.

Andare in strada per esigere giustizia, terra, autonomia e partecipazione politica è la più classica delle forme di protesta. Da qualche anno però i circa 200.000 Nasa della Colombia affiancano la protesta in strada a un sempre maggiore uso di Internet per far conoscere la loro situazione.

I Nasa sono per numero il secondo più grande popolo indigeno in Colombia. La maggior parte dei Nasa vive nella parte sudoccidentale della regione Cauca. Fin dagli anni '80 la regione è meta di multinazionali che vi estraggono carbone o avviano piantagioni di palma d'olio. Nella regione operano anche trafficanti e produttori di droga. Il naturale isolamento tra le montagne fa di queste terre un luogo ideale per la produzione di cocaina e la rende perfetta anche come luogo di ritiro dei guerriglieri delle Farc. Fin dal 2000 la popolazione del Cauca ha assistito all'intensificarsi degli scontri armati tra le formazioni delle Farc e l'esercito colombiano ma già da prima, a partire dagli anni '90, qui avevano iniziato ad operare anche varie formazioni di milizie paramilitari. Oltre a essere a loro volta coinvolte nel traffico di stupefacenti, le milizie sono al soldo di grandi proprietari terrieri e multinazionali le cui pretese territoriali vengono imposte con le armi e la violenza. In ogni caso le vittime sono le comunità afrocolombiane e indigene della regione.

I Nasa si trovano loro malgrado sulla linea di conflitto e continuano a essere vittime di gravi violazioni dei diritti umani commesse da tutte le parti in causa. Assassinii, messa in fuga, reclutamento forzato di bambini e adolescenti, esproprio forzato, prostituzione forzata, persecuzione e rapimento sono pratiche diffuse utilizzate per imporre gli interessi dell'una o dell'altra parte. Già discriminati economicamente e culturalmente, la guerra ha definitivamente messo in ginocchio le minoranze colombiane.

Ciò nonostante i Nasa non si sono arresi e la loro capacità di resistenza è sorprendente. Proprio come i Mapuche nel Cile meridionale anche i Nasa combattono la repressione e la discriminazione fin dall'inizio del colonialismo attorno al 1530.

Per l'attivista Nasa Adolfo Gustavo Ulcué (Ulcué è collaboratore di ACIN 'Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca - Associazione dei consiglieri indigeni del Cauca del nord' per la quale gestisce anche il sito web. Ripetutamente minacciato a causa della sua attività giornalistica e politica nel 2009 si è visto costretto a lasciare famiglia e comunità per non esporle ai pericoli derivanti dal suo lavoro), la presenza dei Nasa in rete è estremamente importante. Da diversi anni Ulcué coordina vari progetti mediatici in rete. "I notiziari nei mezzi d'informazione pubblici e privati trasmettono una quadro distorto della realtà delle popolazioni indigene. Si tenta così di fare propaganda culturale e di pubblicizzare il territorio per il turismo. Quando poi scendiamo in strada per protestare e chiedere il rispetto dei nostri diritti i mezzi d'informazione ci dipingono come ribelli, guerriglieri o addirittura come selvaggi e criminalizzano le nostre richieste.

Grazie a Internet riusciamo invece a trasmettere la nostra versione delle cose e di spiegare perché protestiamo." E' fondamentale riuscire a creare una contro-opinione pubblica. Il mercato dei mezzi di comunicazione in Colombia è fortemente concentrato. L'80% dei mezzi è controllato da soli quattro gruppi imprenditoriali. I Nasa quindi non utilizzano solo pagine in rete per informare della loro situazione ma usano anche i network sociali e forme mobili di accesso al web. "Grazie a internet mobile riusciamo a trasmettere le manifestazioni in diretta in rete e a inserire in tempo reale fotografie, filmati e commenti sulle nostre pagine web". Così molti utenti del nostro sito distribuiscono le informazioni via facebook o twitter e la nostra realtà è percepita e conosciuta in molte parti del mondo. Internet è diventato per noi un importante strumento di autodifesa e solidarietà."

Inondazioni nel Cauca, Colombia. L'isolamento della regione favorisce l'attività di taglialegna illegali e trafficanti di droga e minaccia i Nasa che tentano di difendersi come possono dalle intrusioni criminali. Inondazioni nel Cauca, Colombia. L'isolamento della regione favorisce l'attività di taglialegna illegali e trafficanti di droga e minaccia i Nasa che tentano di difendersi come possono dalle intrusioni criminali.

L'attivismo online della comunità indigena non è rivolto solamente verso l'esterno ma serve anche come mezzo di comunicazione tra i Nasa stessi. Il web permette di informare in modo veloce e diffuso sulle prossime campagne politiche così come permette di rivitalizzare la cultura Nasa raccontando la propria tradizione e le proprie origini a chi, ad esempio, si era allontanato dalla propria comunità e storia per sfuggire alla crescente discriminazione. Questa forma di attivismo online è ancora all'inizio per mancanza di fondi finanziari. Il clima di violenza e persecuzione fa sì che il lavoro in rete dei Nasa si concentri perlopiù su tematiche politiche e legate ai diritti umani. La speranza però è di riuscire in futuro a dare maggiore spazio ai temi riguardanti la propria tradizione e le proprie radici. In particolare gli attivisti Nasa vorrebbero usare la rete per ridare linfa vitale alla lingua Nasa Yuwe. "Ultimamente abbiamo sviluppato dei giochi interattivi che inseriti in apposite unità didattiche facilitano l'apprendimento del Nasa Yuwe. L'intenzione è di rendere questi giochi disponibili nel mondo digitale e di permettere così agli utenti di utilizzarli a integrazione del tradizionale processo di apprendimento. E' il tentativo di fare qualcosa per il mantenimento della nostra lingua e cultura".

L'esempio dei Nasa dimostra l'enorme importanza che internet riveste per i popoli indigeni in generale nella difesa dei propri diritti. Tramite il web essi riescono a informare, a creare opinione e a ottenere solidarietà sia a livello nazionale sia a livello internazionale. Il pieno successo nell'utilizzo di internet per ora è ostacolato da problemi finanziari e tecnici, ma la lotta virtuale è solo all'inizio.

Ulrich Morenz ha assolto uno stage presso l'Ufficio per i Popoli Indigeni dell'Associazione Popoli Minacciati Germania. Ha studiato Relazioni internazionali. La sua tesi di master si intitola "Cyberattivismo indigeno nel contesto latinoamericano - L'esempio dei Nasa in Colombia". Nel 2012 ha passato sei mesi in Colombia per le ricerche della sua tesi.

Algeria [ su ]

Una radio per rafforzare l'autocoscienza dei Cabili

Di Ouzemour Thinhinane

Atmosfera serale nella cittadina portuale di Béjaïa in Cabilia. Atmosfera serale nella cittadina portuale di Béjaïa in Cabilia.

Sono i narratori a rendere viva una storia, come un film che scorre non sullo schermo ma nella mente ad occhi chiusi. Da tempi immemorabili la Tajmaat - l'assemblea di villaggio - trasmette le fiabe cabile alla comunità e alle famiglie. Grazie a questa tradizione narrativa è stata mantenuta viva la lingua cabila che nel corso della storia ha subito il forte influsso di culture diverse come quello dell'arabizzazione del settimo e ottavo secolo o dell'Impero Ottomano. I Cabili vivono prevalentemente nell'Algeria nord-orientale, nella Cabilia, e insieme ai Tuareg e ai Chaoui fanno parte del gruppo etnico dei Masiri (Imazighen in lingua berbera). In Algeria vivono dai 5 ai 6 milioni di Cabili, di cui 3-3,5 milioni in Cabilia e altri 2-2,5 milioni nelle grandi città del paese. Il Taqbaylit (la lingua cabila) fa parte delle lingue tamazight (berbero). Il taqbaylit viene insegnato nelle scuole algerine solamente a partire dal 1995 e solo nel 2002 viene riconosciuto come lingua nazionale del paese accanto all'arabo. La lotta dei Cabili per il riconoscimento e il mantenimento della propria lingua è sempre stata anche una lotta per il mantenimento della propria cultura. In questa lotta la radio ha avuto e continua ad avere un ruolo importantissimo.

"La radio è uno dei mezzi più efficaci per il mantenimento della propria lingua e cultura", dice Rabah Boudjemaâ, collaboratore e celebrità locale dell'emittente radiofonica cabila Chaine 2. Le prime trasmissioni radiofoniche in lingua cabila furono trasmesse già negli anni attorno al 1920. L'allora potenza coloniale Francia sostenne in modo particolare la lingua e cultura dei Cabili, come parte di una strategia che mirava a dividere la popolazione e legare a sè la minoranza numericamente non trascurabile dei Cabili. "Ma", scrive Philipp Zessin nel suo lavoro sul giornalismo indigeno nell'Algeria coloniale (Philipp Zessin: "Die Stimme der Entmündigten. Geschichte des indigenen Journalismus im kolonialen Algerien". Campus Verlag, 2012), "la parificazione della lingua cabila con quella araba all'interno della programmazione dell'ELAK (Émissions en Langue Arabe et Kabyle) creò scompiglio tra una fetta della popolazione di maggioranza araba per la quale la lingua araba era anche la lingua sacra che non poteva quindi essere messa sullo stesso piano di quello che era considerato il dialetto berbero."

Cabili nel 1900 a Béjaïa. Cabili nel 1900 a Béjaïa.

Nella genesi della radio cabila la figura di Madame Lafage, moglie di un ufficiale francese, è stata fondamentale. Madame Lafage viveva nella regione di Akbou nella Piccola Cabilia, parlava la lingua locale e grazie alle sue conoscenze permise a un gruppo di donne di produrre nel 1924 la prima trasmissione in lingua taqbaylit. Nelle loro trasmissione della durata di 10-15 minuti le donne parlavano di tematiche della vita quotidiana, ed è stato proprio l'aspetto della quotidianità a dare un contributo basilare per il mantenimento della lingua e cultura cabila. Tutto ciò accadeva molto tempo prima che i chouyoukhs, i cantanti maghrebini scoprissero per sè la radio e gli sviluppi tecnologici permisero l'apertura di nuove emittenti cabile verso la metà degli anni '40.

Boudjemaâ è sicuro che la radio abbia contribuito in modo fondamentale al rafforzamento del senso d'identità dei Cabili così come ha ispirato personaggi quali Mouloud Mammeri (Scrittore cabilo (1917-1989), a cui le autorità locali avevano proibito di apparire a una conferenza sulla poesia antica cabila. Poco dopo scoppiarono i disordini in Cabilia, segnando l'inizio della Printemps berbère), un'icona della lotta per il riconoscimento della cultura cabila.

La radio avrebbe inoltre fornito un contributo significativo a sollevazioni popolari politicamente importanti come la Printemps berbère (primavera berbera: in seguito al divieto di apparizione per lo scrittore Mouloud Mammeris, i Cabili manifestarono contro la repressione dello stato e occuparono l'università di Tizi Ouzou/Cabilia, l'ospedale e alcune fabbriche. Il 20 aprile 1980 la polizia e i militari presero d'assalto gli edifici occupati e arrestarono molti dei manifestanti, ma soprattutto i leader della protesta) nel 1980 o la Printemps noir (primavera nera) nel 2001. Nella cosiddetta Printemps noir i Cabili manifestarono pacificamente in ricordo della morte tragica di Massinissa Guermah, contro la violenza della polizia e lo scarso riconoscimento della loro cultura. Il giovane Cabilo era stato arrestato e colpito da una pallottola mentre si trovava in una stazione di polizia. Il ragazzo morì poco dopo in ospedale. Le forze dell'ordine aprirono il fuoco sui manifestanti. Morirono 132 persone e migliaia furono ferite.

Boudjemaâ ci tiene a ricordare che ci furono dei tempi in cui si rischiava l'arresto per il semplice fatto di pronunciare la parola "Amazigh" (masiro). Dopo l'indipendenza dell'Algeria dalla Francia nel 1962 l'allora presidente Houari Boumedienne introdusse la sua "rivoluzione culturale" nella speranza di superare il trauma coloniale e di creare un'identità nazionale araba con l'Islam come religione di stato. Da qui in poi non ci sarebbe più dovuto essere spazio né per la lingua francese né per il tamazight e la cultura cabila.

Oggi le proteste sembrano appartenere al passato. La lingua tamazight ha ottenuto lo status di una lingua nazionale, Radio Algeria trasmette il suo secondo canale Chaine 2 completamente in lingua cabila e nel paese ci sono conferenze e iniziative in lingua cabila. Dopo i disordini di ottobre 1988 (Il 4 ottobre 1988 i giovani dei sobborghi di Algeri scesero in strada per protestare contro la gravissima situazione sociale. In pochi giorni le manifestazioni si allargarono a tutto il paese e il governo dichiarò il coprifuoco. Nei successivi disordini morirono 161 persone. Altre fonti parlarono addirittura di 200 e anche di 500 morti. Per porre fine alle manifestazioni l'allora presidente Chadli Benjedid promise importanti riforme. Furono introdotti il sistema multi-partitico e fissati diritti civili come la libertà di espressione e di riunione e il diritto alla fondazione di associazioni politiche) non c'è più stata censura e, racconta Boudjemaâ, "da allora le organizzazioni culturali cabile sono spuntate come funghi".

Ouzemour Thinhinane è Cabila e studia a Berlino.

Gli aborigeni australiani e i loro mezzi d'informazione [ su ]

Diffondere la propria storia senza paura

Di Yvonne Bangert e Marion Caris

Aborigeni durante le lezioni nella Terra di Arnhem/Australia. Nel 2013 le emittenti SBS e National Indigenous Television (NITV) hanno avviato un progetto il cui scopo è di formare studenti Aboriginals e delle isole Torres Strait per un futuro lavoro nel mondo dei media. Aborigeni durante le lezioni nella Terra di Arnhem/Australia. Nel 2013 le emittenti SBS e National Indigenous Television (NITV) hanno avviato un progetto il cui scopo è di formare studenti Aboriginals e delle isole Torres Strait per un futuro lavoro nel mondo dei media.

"Era agli inizi degli anni '80 quando mia madre ascoltò per la prima volta radio CAAMA (Central Australian Aboriginal Media Association) ad Alice Springs. Al ritorno a casa mi disse, 'Tiga, avresti dovuto vedere quei blackfellas (Aborigeni) ad Alice. Là hanno propri programmi radio. Adesso vado alla radio comunitaria e gli dico che anche noi siamo parte della comunità e vogliamo la nostra parte di trasmissioni. E tu vieni con me.' A quei tempi nove radio comunitarie avevano appena ricevuto nuove licenze e noi della comunità di Redfern (quartiere di Sidney) ricevemmo dieci ore di trasmissioni a settimana messe a disposizione da Radio Skid Row. Così nacque Radio Redfern che divenne poi Koori Radio.

I nostri media indigeni hanno il compito di informare, offrire cultura, divertire e di rappresentare i nostri interessi. Devono dare espressione alla nostra storia, alle nostre esperienze e alla nostra identità, e non solo come servizio per noi stessi ma per tutta la società, anche quella maggioritaria", racconta Tiga Bayles (Bayles fa parte del clan Wirri della Nazione Birri Gubba ed è uno dei primi attivisti per i diritti degli Aborigeni. Ha fatto parte del gruppo di Aborigeni che nel 1972 istituirono un'ambiasciata-tenda simbolica a Canberra. La tenda c'è tuttora, è diventata crocevia di attivisti per i diritti umani e persone che si interessano della situazione delle popolazioni originarie dell'Australia. La tenda continua a simboleggiare la richiesta degli Aborigeni a vedere rispettati i loro diritti) a proposito della sua esperienza nel panorama mediatico degli Aborigeni. Fino a novembre 2013 Bayles è stato membro del direttivo di AICA (Australian Indigenous Communications Association - Associazione per la comunicazione indigena australiana).

AICA è una confederazione finanziata dal governo con il compito di fissare le condizioni generali per radio, televisione e stampa e di regolare il panorama mediatico della popolazione aborigena di tutta l'Australia e degli abitanti autoctoni delle isole dello Stretto di Torres. Per l'organizzazione resta tuttora difficile trovare sufficienti finanziamenti indipendenti. Secondo AICA, i mezzi d'informazione indigeni potrebbero contribuire maggiormente a tematiche quali la salute, l'educazione pre-scolare, la sicurezza nelle comunità e l'apprendimento nel corso di tutta la vita ma per poter sopravvivere in tempi di crescente concentrazione mediatica è fondamentale che aumentino i finanziamenti pubblici. Il panorama mediatico degli Aborigeni australiani è molto variegato. Per persone abituate da millenni a trasmettere le proprie conoscenze e la propria cultura oralmente, i mezzi di informazione audio-visivi come la radio o la televisione acquistano una grande importanza.

Il Central Australian Media Association con sede a Alice Springs è stato fondato nel 1980. Attraverso la sua radio e altri canali mediatici contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo della cultura, lingua e musica dei nativi australiani. Il Central Australian Media Association con sede a Alice Springs è stato fondato nel 1980. Attraverso la sua radio e altri canali mediatici contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo della cultura, lingua e musica dei nativi australiani.

Particolare attenzione merita il canale televisivo National Indigenous Television (NITV, www.nitv.org.au). NITV trasmette in diverse lingue aborigene e i suoi programmi sono dedicati esclusivamente alle questioni indigene. 35 collaboratori su 50 sono a loro volta aborigeni. Nel settore della stampa gli Aborigeni possono contare su diversi giornali e periodici. Il giornale Koor Mail (www.koorimail.com), posseduto al 100% da Aborigeni, esce ogni 14 giorni. Gli utili del giornale vengono devoluti sotto forma di borse studio a studenti aborigeni e delle isole dello Stretto di Torres oppure vengono utilizzati per sostenere l'organizzazione di iniziative nelle comunità indigene. Il National Indigenous Times (NIT, www.nit.com.au) viene pubblicato dal 2001 ed è l'unico settimanale per le questioni indigene distribuito in tutta l'Australia. Alla sua nascita, gli editori promisero ai lettori di fare tutto quanto era loro possibile per costruire attraverso il settimanale un ponte tra l'Australia nera e quella bianca e di informare senza paura né condizionamenti sulle questioni inerenti gli Aborigeni. Gli editori e giornalisti del NIT sono australiani sia indigeni sia non-indigeni e poiché il giornale non gode di finanziamenti pubblici deve mantenersi grazie alla vendita e alla pubblicità. Le tematiche trattate dal NIT riguardano l'ambito sociale e politico riguardanti gli Aborigeni e i successi di Australiani aborigeni nell'economia, nel mondo accademico o nello sport.

Dal 2011 l'Aboriginal Land Council von New South Wales - un'organizzazione aborigena - pubblica il mensile Tracker (www.tracker.org.au).

"Con il mensile Tracker vogliamo riappropriarci della discussione sul nostro futuro", dice Bev Manton, rappresentante del Land Council. Per il mensile scrivono giornalisti importanti come Chris Graham, che ne è anche il caporedattore, e Brian Johnstone, entrambi vincitori del premio giornalistico australiano Walkley Award. Sul mensile pubblicano però anche persone come l'attivista aborigeno Gary Foley e l'esperta per i diritti degli Aborigeni Nicole Watson. Altro giornalista conosciuto e autore di articoli per Tracker è Jeff McMullen, esperto di diritti alla terra degli Aborigeni e degli isolani dello Stretto di Torres. Con una tiratura di 35.000 copie Tracker fa parte delle maggiori pubblicazioni australiane edite dagli stessi Aborigeni.

La maggior parte dei siti e media degli Aborigeni australiani è pubblicata in inglese. Molti aborigeni infatti non parlano più la propria lingua, soprattutto nelle regioni orientali dell'Australia. Qui la colonizzazione britannica ha avuto inizio già nel 1788 durante la quale la maggior parte degli Aborigeni furono uccisi dai colonizzatori o morirono per le malattie portate dall'Europa. Questo ha pesantemente condizionato la possibilità di trasmettere le conoscenze tradizionali inclusa la propria lingua da una generazione alla prossima, tant'è che per molti Aborigeni l'inglese è via via diventato lingua madre.

Le regioni settentrionali, occidentali e centrali dell'Australia sono invece state colonizzate solo in un secondo momento. Qui le lingue aborigene vengono ancora parlate e diverse radio come Larrakia Radio, Yolngu Radio e Waipiri Media Association trasmettono nelle lingue aborigene locali.

La predominanza dell'inglese nei media aborigeni non è dovuta solamente alla storia del continente ma anche alla volontà degli Aborigeni di non escludere gli "altri" australiani, e far sì che anche loro possano conoscere la cultura, le tradizioni, la cosmovisione e i problemi che affrontano gli Aborigeni.

Marion Carris lavora come traduttrice a Berlino. Ha dei parenti in Australia e fin da giovane si è interessata del cosiddetto quinto continente. Ha intrapreso diversi viaggi attraverso l'Australia e si occupa in modo approfondito della storia e attualità dei popoli aborigeni australiani.

Il sito www.abc.net.au/indigenous/map/ offre un'ottima sintesi delle lingue degli Aborigeni e della loro distribuzione in Australia.


La versione cartacea è stata realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano.

Pogrom-bedrohte Völker 278-279 (4-5/2013)