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Tame Iti, attivista Maori

Popoli indigeni, popoli minacciati

in occasione del DECENNIO INTERNAZIONALE DEI POPOLI INDIGENI promosso dall'ONU (1995-2004)

Questo libro è dedicato alla memoria di Helge Kleivan (1924-1983), fondatore dell'IWGIA, difensore serio ed appassionato di tutti i popoli indigeni


Parte prima

INTRODUZIONE: Introduzione | La questione indigena oggi | I popoli autoctoni nel contesto internazionale | I popoli indigeni e l'ONU | La convenzione 169 dell'ILO | La solidarietà delle minoranze europee | Bibliografia consigliata ed indirizzi utili

AFRICA: Africa indigena? | Berberi: gli indigeni del Maghreb | Maasai: una cultura al bivio | Ogoni: morire per il petrolio | Tuareg: i nomadi blu

AMERICHE: Amazzonia: le vittime del progresso | L'Alleanza per il Clima | Indiani d'America: 500 anni di resistenza | Inuit/Eschimesi: i custodi della tundra | Mapuche: il popolo della terra | Maya/Chiapas: terra e libertà | Quechua-Aymara: i figli del sole

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INTRODUZIONE

Attorno alla fine degli anni Ottanta la questione indigena è tornata alla ribalta, prima in sordina, poi con forza sempre maggiore. Basti pensare all'Amazzonia, alla lotta dei popoli polinesiani contro gli esperimenti nucleari, oppure a quella degli Apache per la difesa del Monte Graham.
Inoltre, com'è noto, buona parte dei conflitti che travagliano il pianeta vedono coinvolti proprio dei popoli originari: dai Tuareg agli Apache, dagli Ogoni della Nigeria ai Maya del Chiapas, dalla tragedia timorese a quella tibetana. Un fenomeno la cui rilevanza viene confermata dai numerosi Premi Nobel che negli ultimi sette anni sono stati conferiti a rappresentanti di popoli autoctoni: il Dalai Lama (1989), Rigoberta Menchù (1992), Monsignor Carlos Felipe Ximenes Belo e José Ramos Horta (1996).
A tutto questo si aggiunge il rinnovato interesse del mondo artistico e culturale, come testimoniano il cinema (da Balla coi lupi a Once were warriors), la crescente attenzione del mondo editoriale e lo stesso fenomeno della world music, che ha dato fama inattesa ad artisti africani e kurdi, siberiani e lapponi. La conferma più recente viene dall'ultima Biennale di Venezia, dove il padiglione australiano era dedicato a tre pittrici aborigene.
In questo fermento si inserisce con particolare autorità il Decennio Internazionale dei Popoli Indigeni, inaugurato a New York il 10 dicembre 1994. L'ambiziosa iniziativa promossa dall'ONU ha l'obiettivo di contribuire a risolvere almeno i più urgenti problemi dei 300.000.000 di indigeni che vivono oggi sul nostro pianeta. Un'iniziativa importante ma ancora sostanzialmente ignota in Italia. E' proprio per questo che l'Associazione per i Popoli Minacciati ha proposto alla Commissione per la pace del Comune di Firenze la realizzazione di questo volume.
Un ringraziamento particolare va al Presidente della Commissione suddetta, Sandro Targetti, al Presidente del Quartiere 5, Dr. Domenico Antonio Stumpo, ed al dr. Salvatore Quarta, componente del medesimo Consiglio di Quartiere, che hanno sostenuto questo progetto e si sono adoperati affinchè potesse tradursi in realtà.

Alessandro Michelucci
Associazione per i Popoli Minacciati

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LA QUESTIONE INDIGENA OGGI

"Dovremmo finalmente vedere nella difesa dei popoli indigeni non un atto di compassione, ma un atto di autoconservazione, perché tutto ciò che ci è stato tolto dall'era industriale fra loro sopravvive almeno a livello di tracce. Se vogliamo definirci uomini avremo bisogno dell'aiuto di coloro che nella nostra sciocca arroganza chiamiamo sottosviluppati".
Robert Jungk

L'atteggiamento dell'europeo medio nei confronti dei popoli indigeni è spesso venato di disprezzo o comunque di scarso rispetto. Ancora oggi, nonostante tutto quello che viene detto e scritto sulla società multiculturale o multietnica, rimangono dei grossi nodi irrisolti: i popoli autoctoni vengono spesso considerati dei selvaggi da convertire al consumismo oppure graziosi oggetti colorati che "fanno folklore", ma in ogni caso ruderi viventi.
Naturalmente non ha senso pretendere che tutti si trasformino ipso facto in ardenti sostenitori delle cause indigene: è importante, invece, che ognuno cerchi di sbarazzarsi degli stereotipi eurocentrici e coltivi un approccio fondato sul rispetto. Solo in questo modo sarà possibile cogliere la ricchezza culturale dei popoli in questione.
Ma cosa intendiamo, oggi, quando parliamo di popoli indigeni? In senso lato, è indigeno qualunque abitante originario di un dato luogo. In senso stretto, ed è quello che generalmente si preferisce, il termine è riferito agli abitanti autoctoni e precoloniali di un paese.
In molte parti della Terra i popoli indigeni sono minoranze etniche, ma anche là dove superano il 50% della popolazione, come in Bolivia o Guatemala, sono comunque ridotti a minoranze di fatto.
Nel mondo vivono oggi circa 300.000.000 di indigeni. Fra questi, per esempio, troviamo gli Indiani del Nordamerica, gli aborigeni australiani, i popoli della Siberia, gli Hawaiiani, i Maori della Nuova Zelanda, i Tuareg, i Penan della Malesia, i Sami della Scandinavia (in Italia meglio noti come Lapponi). In alcuni casi si tratta di etnie che contano diversi milioni, come i Quechua od i Maya, mentre più spesso abbiamo davanti popoli che arrivano a poche decine o centinaia di migliaia. Altri ancora, purtroppo, sono spaventosamente vicini all'estinzione (si pensi a certi popoli del Pacifico, della Siberia o dell'Amazzonia).
Pur essendo naturalmente diversissimi fra loro per storia, cultura e modo di vivere, questi popoli hanno in comune qualcosa di sostanziale: un particolare rapporto col territorio e con l'ambiente, un rapporto che ha come obiettivo la conservazione. Si considerano parte della natura (la Madre Terra), la cui distruzione minaccerebbe quindi la loro stessa sopravvivenza.
Il territorio non è soltanto la base della loro vita fisica, ma anche di quella spirituale. Nelle culture indigene le sorgenti, i fiumi, i luoghi di sepoltura e le montagne rivestono infatti un ruolo centrale. Basta pensare al Monte Graham per gli Apache o ad Ayers Rock per gli aborigeni australiani.
Questo stretto legame fra terra e religione spiega perchè la devastazione ambientale o la migrazione forzata possono causare la disgregazione delle società autoctone. Problemi di tragica attualità, che le cronache degli ultimi anni documentano con frequenza sempre maggiore: la deforestazione dell'Amazzonia, delle foreste malesi, della taiga.
Questo porta con sè lo sradicamento culturale (etnocidio), che laddove viene contrastato spesso si trasforma in massacri ed altri metodi di sterminio (genocidio), come l'avvelenamento dei fiumi o degli alberi. In altre parole, vengono violati i loro diritti umani, civili, politici.
Ma la loro resistenza non è stata ancora piegata: pur avendo già perso molto in termini culturali ed ambientali, i popoli indigeni della Terra sono oggi raccolti in movimenti locali ed internazionali per portare avanti una lotta in sintonia coi tempi, in costante contatto con l'ONU e gli altri organismi sovranazionali.
Naturalmente lo spazio a nostra disposizione non ci consente di tracciare una panoramica esaustiva delle lotte indigene che costellano il pianeta. Non bisogna però dimenticare, fra le altre cose, che a mezzo secolo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948) sono ancora molti i popoli che vivono in colonie o in territori permanentemente occupati. Sei paesi europei, tutti membri dell'Unione Europea (Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo e Spagna) conservano ancora una trentina di colonie nell'emisfero meridionale del pianeta, anche se spesso sono camuffate dietro una terminologia pudica come territori d'oltre mare o simili . Ma anche numerosi paesi extraeuropei, spesso ex-colonie europee, hanno tradito lo spirito anticolonialista del non-allineamento. L'Indonesia occupa la parte occidentale di Papua dal 1963 e quella orientale di Timor dal 1975. Il Marocco si oppone alla creazione di una repubblica saharawi nei territori dell'ex Sahara spagnolo. La Cina ha annesso il Tibet negli anni Cinquanta, con conseguenze culturali ed ambientali disastrose.
Nella gran parte dei casi i popoli indigeni non aspirano ad un proprio stato, almeno che non ne avessero già uno in precedenza. Il loro obiettivo è quasi sempre l'autonomia, con particolare attenzione per i diritti territoriali: è il caso degli Indiani d'America, dei Maori o dei popoli artici.
In altri casi, specie in Asia e in Africa, è invece la religione che assume un ruolo di primo piano nelle loro rivendicazioni. Pensiamo ai Nuba del Sudan, che lottano contro l'islamizzazione promossa dal governo; agli Uiguri, musulmani dello Xinjang (Cina nord-occidentale); al politeismo ed allo sciamanesimo, che con buona pace del dialogo interreligioso vengono ancor oggi repressi in nome della cristianizzazione.
Terre, uomini, culture al centro di una tragedia umana che purtroppo beneficia di un'attenzione ancora molto scarsa.

Elisabeth Kumi, Alessandro Michelucci

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I POPOLI AUTOCTONI NEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Negli anni Cinquanta vari popoli indigeni sono già organizzati a livello locale: fra questi, gli Indiani del Nordamerica con il Congresso Nazionale degli Indiani d'America (NCAI) ed i Sami (Lapponi) con l'Associazione dei Sami Svedesi (SSR).
Bisogna però attendere gli anni Settanta perchè si formino le prime organizzazioni a livello regionale ed internazionale. Nel 1973 si tiene a Copenaghen la Prima Conferenza dei Popoli Artici, che riunisce Inuit, Sami ed Indiani d'America. L'anno successivo viene fondato il Consiglio Internazionale dei Trattati Indiani (IITC), attraverso il quale le lotte dei nativi nordamericani otterranno dignità giuridica e rilievo internazionale.
Gli avvenimenti si succedono ormai con ritmo febbrile: nel 1975 nasce a Port Alberni (Columbia Britannica/Canada) il Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni, che vede fra i fondatori George Manuel, indiano shuswap autore del libro The Fourth World, l'artista lappone Nils- Aslak Valkeapaä ed Helge Kleivan, il grande antropologo norvegese che nel 1968 ha già fondato il prestigioso IWGIA. Per la prima volta Maori ed Eschimesi, Indiani e aborigeni australiani cercano di definire una politica comune. La creazione del nuovo organismo segna una tappa fondamentale, e negli anni successivi altri popoli, come gli Ainu del Giappone e gli indios sudamericani, vanno ad ingrossarne le fila.
Nel frattempo cambia rotta anche l'ONU, finora sorda al problema indigeno, che organizza a Ginevra una conferenza internazionale sulla discriminazione dei popoli amerindiani (1977). Proprio nello stesso periodo nasce a Barrow (Alaska) la Conferenza Circumpolare Inuit, che promuoverà le istanze eschimesi a livello internazionale.
Dal canto loro, i popoli del Pacifico meridionale si uniscono per opporsi al colonialismo nucleare di cui si parla diffusamente altrove: nel 1980 vede la luce il Movimento per un Pacifico Denuclearizzato ed Indipendente (NCIP). Pochi anni più tardi nasce in Australia il Servizio Legale Aborigeno (NAAILS), che intende portare avanti le rivendicazioni indigene avvalendosi di un robusto retroterra giuridico.
Il Gruppo di Lavoro dell'ONU sui Popoli Indigeni (UNWGIP), che si inaugura nel 1982, conferma il crescente interesse delle Nazioni Unite per la questione indigena. La riunione del nuovo organismo, che inizia a tenersi regolarmente ogni estate a Ginevra, diventa un forum internazionale al quale partecipano rappresentanti indigeni, attivisti ed esponenti governativi.
Nel corso degli anni Ottanta il Gruppo di Lavoro è impegnato nell'elaborazione di una Carta dei Diritti Indigeni. Un precedente è rappresentato dalla Convenzione 107 dell'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), stilata nel 1957 e rivista nel 1989, anche se diversi esponenti indigeni continuano a dichiararsi insoddisfatti da questo documento.
La fine ormai prossima dell'Unione Sovietica favorisce i primi contatti fra i popoli indigeni della Siberia, che si uniscono per dar vita all'Associazione dei Piccoli Popoli del Nord.
Attorno all'avvocato Michael van Walt van Praag, già consulente del Dalai Lama, nasce nel 1991 all'Aia l'Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli Non Riconosciuti (UNPO). Si tratta del primo organismo che riunisce i popoli minacciati senza limiti geografici - dai Mapuche ai Timoresi, dai Kurdi agli Ungheresi della Transilvania. Esistevano già diversi organismi analoghi, ma le minoranze europee ed i popoli indigeni rimanevano comunque ben distinti e rappresentati da organismi quasi impermeabili fra loro.
L'UNPO non accetta movimenti terroristici o che comunque facciano uso della violenza. Il suo scopo principale è quello di fornire alle minoranze un valido supporto giuridico per l'affermazione dei loro diritti.
Sempre all'inizio degli anni Novanta si intensificano le iniziative che cercano di dare spazio ad un aspetto molto particolare della questione indigena: quello che riguarda il continente africano. Si segnalano in particolare la conferenza di Dar es Salam (Tanzania, 1992) e quella di Copenaghen (1993), quest'ultima organizzata dal prestigioso IWGIA. Nel luglio 1997, durante la quindicesima sessione del Gruppo di Lavoro dell'ONU sui Popoli Indigeni (UNWGIP), si delinea la costituzione di un'associazione che riunisca i popoli indigeni del continente nero.
Negli ultimi anni anche l'Europa inizia a giocare un ruolo attivo, che si sostanzia nella creazione dell'Alleanza Europea per i Popoli Indigeni (EAIP), un organismo di coordinamento che raccoglie le principali associazioni continentali. L'impegno europeo prosegue fra il 1995 ed il 1996 con le conferenze organizzate dal Centro Olandese per i Popoli Indigeni (NCIV), nelle quali le organizzazioni per la difesa dei popoli autoctoni cercano di individuare una strategia più incisiva nei confronti delle istituzioni comunitarie.
Alessandro Michelucci

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I POPOLI INDIGENI E L'ONU - Cronologia essenziale

Gli strumenti che l'ONU offre per la tutela dei diritti indigeni sono essenzialmente quelli riportati di seguito:
1948: Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (articoli 1, 2, 4, 7, 17, 26, 27)
1951: Convenzione per l'Eliminazione del Genocidio (articolo 2)
1957: Convenzione n. 107 dell'ILO (Ufficio Internazionale del Lavoro)
sulla Protezione e l'Integrazione dei Popoli Indigeni, Trbali e Semitribali nei Paesi Indipendenti
1969: Convenzione per l'Eliminazione della Discriminazione Razziale (articolo 1.1)
1976: Trattato Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (articoli 1, 2, 3, 13, 15, 25)
1976: Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici (articoli 1, 27)
1976: Protocollo Aggiuntivo al Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Preambolo, articolo 1)
1981: UNESCO - Dichiarazione di San José sull'Etnocidio e l'Etnosviluppo
Maggio 1982: Creazione dell'United Nations Working Group on Indigenous Populations (UNWGIP)
1985: L'UNWGIP inizia a lavorare alla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli Indigeni
1989: Convenzione n. 169 dell'ILO sui popoli indigeni (revisione della Convenzione n. 107 del 1957)
1993: Anno Internazionale dei Popoli Indigeni
10 dicembre 1994: Inaugurazione del Decennio Internazionale dei Popoli Indigeni (1995-2004)

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LA CONVENZIONE 169 DELL'ILO

Il 27 giugno 1989, l'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) ha adottato la Convenzione n. 169, relativa ai popoli indigeni e tribali nei paesi indipendenti. Questa, finora recepita solo da pochi stati, costituisce oggi l'unica norma di diritto internazionale che riconosca i diritti dei popoli indigeni nei confronti degli stati in cui vivono.
Fra questi diritti val la pena di ricordare:
- il diritto al proprio territorio;
- il diritto ad essere consultati se si discutono provvedimenti legislativi od esecutivi che li concernono;
- il diritto allo sviluppo ed al controllo delle proprie risorse;
- il diritto alla tutela della propria identità culturale, lingui-stica e religiosa;
- il diritto di chiamarsi con il loro nome e di esprimere liberamente la propria identità etnica;
- il diritto di formare propri organismi rappresentativi dotati di uno statuto ufficiale;
- il diritto di conservare la propria struttura economica ed i tradizionali modi di vita; questo non dovrebbe però contrastare il diritto di partecipare liberamente e in condizioni paritarie allo sviluppo economico, sociale e politico del paese;
- il diritto di di conservare e utilizzare la propria lingua nell'ambito dell'amministrazione e dell'insegnamento;
- il diritto di liberta' religiosa;
- il diritto di avere accesso alla terra e alle sue risorse naturali, tenuto conto in particolare dell'importanza fondamentale che tali diritti hanno nelle loro tradizioni e aspirazioni;
- il diritto di organizzare, dirigere e controllare il proprio sistema educativo.
Wolfgang Mayr

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LA SOLIDARIETA' DELLE MINORANZE EUROPEE

Se è vero che fra le varie parti del mondo esiste una crescente interdipendenza, perché questa non dovrebbe riflettersi anche in una solidarietà europea verso le lotte indigene? E perché questa solidarietà non dovrebbe venire anche dai popoli minoritari del nostro continente, come i Corsi, i Sardi o i Bretoni?
Certo, la situazione dei Baschi non è quella dei Maori: ovviamente si tratta di problemi diversi ai quali deve corrispondere un differente approccio. Però è altrettanto vero che in quasi tutti i popoli minacciati è innato un internazionalismo che li porta a cercare dei "fratelli" nei posti più impensati: i Corsi coi Kanak della Nuova Caledonia, gli Occitani coi Berberi, gli Alsaziani con i Maohi della Polinesia francese, i Sudtirolesi con i popoli indigeni della Siberia, e l'elenco potrebbe continuare a lungo. Non si tratta, è bene ripeterlo, di situazioni che i diretti interessati mettono sullo stesso piano, ma solo di cause che determinati avvenimenti hanno indotto a sposare in modo preferenziale.
Si tratta di una solidarietà che funziona anche in senso inverso, vale a dire dagli indigeni verso le minoranze europee, come testimonia l'intensa attività del prestigioso Center for World Indigenous Studies di Olympia (California). Sempre sul fronte europeo, infine, è necessario ricordare la Prima conferenza sulla cooperazione e sui popoli indigeni, organizzata a Vitoria-Gasteiz (Paesi Baschi/Spagna) dal 21 al 24 novembre 1994, con la presenza di vari esponenti indigeni dell'America centrale e meridionale.

Giovanna Marconi

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BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA

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INDIRIZZI UTILI
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AFRICA

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AFRICA INDIGENA?

Il continente africano è l'unico dove tutti - ad eccezione dei bianchi sudafricani - sono indigeni: nessun popolo è stato ridotto in condizione di minoranza in seguito alle massicce immigrazioni europee, come in America od in Oceania, ma si è verificato un processo di europeizzazione veicolato dalle stesse élites postcoloniali.
I popoli che hanno resistito a questo processo sono così divenuti minoranze nei nuovi stati nati dopo la fine del colonialismo europeo. Stati artificiali e proprio per questo instabili, che hanno modellato un continente di popoli ignoti. Infatti l'uomo della strada percepisce, talvolta con una punta di inconsapevole razzismo, un insieme indistinto di persone dalla pelle nera, dalla Somalia al Sudafrica. Ignora i Diola e gli Oromo, gli Ibo ed i Masai: al loro posto conosce solo i Ruandesi, i Liberiani o gli Ugandesi, termini vuoti che cancellano identità culturali secolari sostituendole con un paesaggio umano uniforme. Una delle più tragiche e misconosciute eredità del colonialismo è proprio questa desolante uniformità: la stessa che si avverte osservando i confini di molti stati africani, che formano una linea retta perché sono stati tracciati con la riga.
I popoli "indigeni" dell'Africa, marginalizzati e discriminati, chiedono quindi che vengano riconosciute le loro specificità storiche, etniche e culturali, in altre parole, quel diritto alla differenza che Thierry Verhelst, fondatore del South-North Network, ha difeso in modo convincente nel suo libro Des racines pour vivre.
Negli ultimi anni questi popoli hanno iniziato a far sentire la propria voce nei consessi internazionali dove si discute della questione indigena. Un problema che a trent'anni dalla guerra del Biafra è ancora di tragica attualità, come confermano quotidianamente le notizie che ci arrivano dalla Nigeria, dalla Liberia, dal Ruanda.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
AA. VV., Storia e popoli dell'Africa nera, Rizzoli, Milano 1985.
AA. VV., Africa. Atlante storico-geografico, EMI, Bologna 1991.
A. Arecchi, Popoli d'Africa, EMI, Bologna 1992.
J.-P. Chrétien - G. Prunier (a cura di), Les ethnies ont une histoire, Karthala, Paris 1989.
IWGIA Newsletter, n. 2, April-May-June 1993 (numero interamente dedicato ai popoli indigeni dell'Africa).
D. Murumbi, "The Concept of Indigenous Peoples in Africa", Indigenous Affairs, n. 1, January-February-March 1994, pp. 52-57.
J. S. Olson, The Peoples of Africa: An Ethnohistorical Dictionary, Greenwood Press, Westport, Connecticut - London, 1996.
W. Soyinka, "The National Question in Africa: Internal Imperatives", Development and Change, XXVII, n. 27, 1996, pp. 279-300.
H. Veber - J. Dahl - F. Wilson - Espen Waehle (a cura di), "Never drink from the same cup". Proceedings of the conference on Indigenous Peoples in Africa. Tune, Denmark, 1993, IWGIA - Centre for Development Research, Copenhagen 1993 (Document n. 74).

INDIRIZZI UTILI
AFRICAN RIGHTS
11 Marshalsea Road
London SE1 1EP, Great Britain
tel. +44-171-7171224, fax +44-171-7171240
E-mail: afrights@gn.apc.org
Web: http://www.freeworld.it/afrights/homepage.html

INDIGENOUS PEOPLES OF AFRICA CO-ORDINATING COMMITTEE
Roger Shennells, South African San Institute
5 Long Street, Mowbray 7700, Cape Town, South Africa
E-mail: sasi@iafrica.com

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BERBERI - Gli indigeni del Maghreb

I Berberi (o Masiri) sono gli abitanti originari del litorale nord-africano. Il Sahara li divide dal resto del continente. La loro origine è molto antica ma oggi, a causa delle migrazioni e delle invasioni provenienti dall'Asia minore e dall'Africa centrale, non presentano più una comune origine. La grande famiglia berbera, alla quale appartengono anche i Tuareg, vive attualmente divisa in otto paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Mali, Marocco, Niger e Tunisia. Le comunità più numerose si trovano in Marocco ed in Algeria, dove costituiscono minoranze molto consistenti.
Le tribù berbere, pur essendo molto ricettive nei confronti degli apporti culturali esterni, riuscirono a mantenere la propria identità, fino a chè, con le invasioni del settimo secolo, l'influenza araba si radicò definitivamente nell'Africa settentrionale. Questo portò anche l'introduzione della religione islamica, che i Berberi accettarono senza grandi resistenze. L'islamismo, comunque, non soppiantò del tutto il cristianesimo e l'ebraismo, che si erano già diffusi nei secoli precedenti. Nelle campagne l'influenza araba fu avvertita abbastanza poco. Fu al contrario nelle città che la lingua, la cultura e le leggi tribali berbere venivano a poco a poco sostituite da quelle arabe.
Quando i Francesi occuparono il Nordafrica (l'Algeria nel 1839, la Tunisia nel 1881 ed il Marocco nel 1912), non fecero altro che identificare le differenze etnoculturali secondo una divisione schematica fra abitanti degli altipiani e delle città e popoli montanari. I primi vennero ritenuti arabi ed i secondi berberi. Inoltre, dato che i popoli delle zone montagnose apparivano musulmani meno ortodossi, i Francesi credettero che questi fossero etnicamente diversi ed al tempo stesso più ricettivi nei confronti della cultura europea. Fu così che le regioni "arabe" e quelle "berbere" ebbero due diverse amministrazioni, e che i colonizzatori, soprattutto in Marocco, cercarono di incoraggiare lo sviluppo della cultura berbera.
Questo generò una duplice reazione. Da una parte il processo di arabizzazione fu volontariamente accelerato: nelle zone dove prima si parlava solo il berbero, l'arabo lo sostituì del tutto o in parte. Dall'altra, i Berberi cercarono di sfruttare le nuove opportunità economiche offerte dal colonialismo. Così iniziarono a migrare nella regione di Orano (Algeria nord-occidentale), dove presero a lavorare per i coloni francesi, oppure si inurbarono a Casablanca e ad Algeri.
Durante le lotte per l'indipendenza, i Berberi giocarono un ruolo di primo piano: la rivoluzione partì infatti dalla Kabylia, la regione dell'Algeria settentrionale abitata in larga maggioranza da Berberi. Di conseguenza questi ebbero un certo peso nell'esercito dei nuovi stati. La loro presenza nei rispettivi governi, tuttavia, era minima, ed uno dei principali problemi che i Berberi del Marocco e dell'Algeria dovettero affrontare fu quello della loro integrazione in uno stato unitario ed arabofono. I Berberi non tardarono a capire che il colonialismo era finito solo in apparenza: a quello francese era subentrato quello arabo. "La cultura berbera si insegna nelle università di Parigi, Vienna, Utrecht, Praga, Tokyo, a Los Angeles, ma non in quella che è la sua patria: l'Algeria" disse nel 1980 Ait Ahmed, il leader berbero che aveva combattuto i Francesi accanto a Ben Bella.
A questo si è aggiunto nell'ultimo decennio l'odio degli integralisti islamici, che non tollerano una certa ricettività dei Berberi nei confronti della cultura europea: nel settembre del 1994, ad Orano, i terroristi del GIA (Gruppo Islamico Armato) uccidono a sangue freddo il cantante Cheb Hasni, idolo della gioventù berbera.
Un altro fenomeno importante degli ultimi anni è la rinnovata attualità del problema linguistico. Come misura concreta per evitare l'assimilazione, il MCB (Movimento Culturale Berbero) ed altre associazioni ripropongono il bilinguismo: il tamazight è parlato da oltre 15.000.000 di persone (di cui 8.000.000 in Marocco e 4.000.000 in Algeria). In questa lotta nonviolenta ma molto decisa sono sostenuti da varie minoranze europee, prime fra tutte i Bretoni e gli Occitani. Purtroppo, però, ogni tentativo teso a raggiungere l'autonomia linguistica continua ad essere bollato come "separatismo": l'ideologia dello stato nazionale, "uno ed indivisibile" sul modello francese, è l'eredità sgradita che Parigi ha lasciato alle ex-colonie del Nord-Africa.
In Europa, comunque, gli ultimi anni vedono nascere diverse associazioni che cercano di dare eco internazionale alla questione berbera. La più importante è il Congrés Mondial Amazigh, che nell'agosto 1997 organizza il Primo Congresso Mondiale Berbero, un avvenimento che pone salde basi per l'azione dei prossimi anni.

Giovanna Marconi

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
G. Camps, I Berberi, Jaca Book, Milano 1996.
A. Caruso, "L'incognita berbera nel futuro del Maghreb", Limes, n. 2, aprile-giugno 1994, pp. 93-102.
S. Chaker, Berbères aujourd'hui, L'Harmattan, Paris 1989.
M. Tilmatine, "I Berberi fra rinascita culturale ed impegno politico", Pogrom (Firenze), II, n. 1, gennaio-aprile 1995, pp. 33-38.
J, Servier, Les Berbéres, Presses Universitaires de France, Paris 1994.
K. Tissas, "Truly Indigenous: The Berbers of North Africa", IWGIA Newsletter, n. 2, April-May-June 1993, pp. 14-18.

INDIRIZZI UTILI
ASSOCIAZIONE CULTURALE BERBERA IN ITALIA
Via Savoia Cavalleria 10
20145 Milano
tel. +39-02-4817185, fax +39-02-58315453
E-mail: cuscus@imiucca.cisi.unimi.it
Web: www.bab-levante.net/berberi/wel_berberi.htm

CONSEIL MONDIAL AMAZIGH
47, rue Bénard
F-75014 Paris, France
tel. +33-1-45457978, fax +33-1-45433525
E-mail: cma.ferkal@wanadoo.fr
Web: http://www.tamurt-imazighen.com/tamazgha/agraw/agraw.html

MOUVEMENT CULTUREL BERBERE
Avenue de Chailly 34
CH-1012 Lausanne, Suisse
tel-fax +41-21-6525641
E-mail: babdenou@worldcom.ch
Pubblicazioni: Espoir

TIFINAGH [rivista]

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MAASAI - Una cultura al bivio

Una leggenda racconta che Maasinda, il mitico progenitore dei Maasai, costruì una grande scala con la quale portò il suo popolo dal bacino del lago Turkana all'altipiano Uasin Gischu. Gli storici sostengono che attorno al 1500 gruppi di pastori maasai lasciarono la regione del lago Turkana, nel nord dell'odierno Kenya, diretti verso sud. Nei due secoli successivi conquistarono vaste regioni delle savane dell'Africa occidentale, soprattutto nel Rift Valley. Vennero in contatto con antichi popoli di lingua cuscita, come i Chagga ed i Bantu, che avevano raggiunto quelle regioni in epoca posteriore. Da una parte la superiorità militare dei Maasai, armati di giavellotti, scudi e spade, li rendeva invincibili, ma dall'altra svilupparono relazioni commerciali con gli altri popoli, in particolare con i Bantu, dediti all'agricoltura.
Anche oggi come allora la base economica dei Maasai è costituita dalle mandrie: più bovini uno ha, maggiore è la stima di cui gode, e tutta la vita ruota attorno all'allevamento del bestiame. Le mandrie hanno una tale importanza per la loro identità culturale che un maasai senza bestiame cessa praticamente di essere considerato uno di loro. In passato anche l'alimentazione era costituita in larga parte da proteine animali; solo negli ultimi decenni la dieta tipica dei pastori (latte, carne, sangue bovino, mais e miglio) è stata integrata da altri alimenti.
Originariamente il sistema economico dei Maasai era consono alle condizioni climatiche ed ecologiche del loro territorio. Nella pianura del Rift Valley piove poco, mentre sulle montagne circostanti, che raggiungono i 2000 metri, ci sono abbondanti pascoli per tutto l'anno. E' così che nella stagione secca (da dicembre a febbraio e da luglio a settembre), quando il Rift Valley è arso dal sole, i Maasai vivono in regioni più alte, dove le mandrie possono trovare abbondanti pascoli. Appena le piogge hanno fatto germogliare l'erba a valle, gli indigeni lasciano i monti e ritornano in pianura.
Anche se non esiste libro, conferenza o documentario sulle bellezze naturali dell'Africa orientale che non tratti dei longilinei pastori nomadi, in realtà i Maasai sono ormai un popolo di scarsa consistenza numerica. Quelli che vivono in Tanzania sono 150.000, mentre in Kenya sono circa 220.000; entrambi i gruppi sono divisi in una decina di sottogruppi, i cosidetti il-oshon. L'unità sociopolitica più importante è rapppresentata dagli in-kutoi, gruppi locali che hanno diritto d'uso sui pascoli e sulle sorgenti. I Maasai sono organizzati in gruppi divisi secondo l'età. Fra i quattordici ed i diciotto anni, per esempio, i giovani vengono circoncisi ed attraverso varie cerimonie vengono iniziati all'arte della guerra. Ancor oggi gruppi di giovani maasai passano il confine fra Kenya e Tanzania per fare razzia di bestiame: per la loro cultura si tratta di furti pienamente giustificati, perché credono che tutto il bestiame appartenga a loro per volontà divina.
Nel secolo dicinannovesimo le potenze europee si sono impossessate dell'Africa e se la sono spartita senza alcun riguardo per i suoi equilibri ecologici, culturali ed umani.
I Maasai, fino ad allora padroni indiscussi della savana, hanno dovuto però fronteggiare anche altre difficoltà, come la peste bovina che nel 1890 decimò le loro mandrie e la successiva epidemia di vaiolo che uccise migliaia di persone. Nei primi anni del nostro secolo si aggiunse a tutto questo anche la fame di terre dei coloni: parti delle zone abitate dai maasai, divise fra Germania e Gran Bretagna, furono dichiarate "terre senza proprietario" e date ai coloni. Nella sola Africa orientale tedesca la deportazione dei Maasai causò la perdita di 40.000 kmq di terre da pascolo.
All'inizio degli anni Sessanta Kenya e Tanzania divennero independenti, ma per i pastori nomadi questo non portò alcun miglioramento. Anzi, si aggiunsero lotte accanite per le poche riserve naturali rimaste. Se è vero che i parchi naturali proteggono la preziosa fauna africana, è però altrettanto vero che privano i Maasai dei pascoli. Gli indigeni, pur non essendo cacciatori e non cibandosi di selvaggina, vengono cacciati dai parchi nazionali. Con la scusa di tutelare il patrimonio forestale, inoltre, viene loro vietato l'accesso ai pascoli di montagna, alle pendici del Kilimangiaro. Oggi questo divieto viene aspramente criticato, perché sembra che l'uso dei pascoli di montagna sia perfettamente compatibile con la conservazzione dei boschi.
Sul piano strettamente politico, è all'inizio degli anni Novanta che i Maasai cominciano ad organizzarsi. La Prima Conferenza dei Maasai sulla Cultura e lo Sviluppo (Arusha, 1991) e la fondazione del Pastoralist Network (1992) sono le tappe più importanti di una strategia che include anche una presenza regolare alle riunioni i organizzate dall'ONU per discutere la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli Indigeni. Ed è proprio in una di queste riunioni (ottobre 1996) che i Maasai del Kenya, insieme ad altri popoli, denunciano senza mezzi termini che gli anni spesi per elaborare l'ambizioso documento "sono stati perfettamente inutili".

GfbV-Österreich

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
K. Århem, The Maasai and the State, IWGIA, Copenhagen 1985 (Document n. 52).
C. Bentsen, La loro Africa. Vita tra i Masai, Sperling & Kupfer, Milano 1993.
L. Fiocco - G. Sivini, Allevamento tradizionale e progetti di sviluppo in Africa. La riproduzione sociale dei Maasai, ASAL, Roma 1988.
V. Neckerbrouck, Resistant Peoples. The Case of the Pastoral Maasai of East Africa, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1993.

INDIRIZZI UTILI
KORONGORO INTEGRATED PEOPLES ORIENTED TO CONSERVATION (KIPOC)
PO Box 94
Loliondo, Ngorongoro District, Tanzania
fax +255-51-46607

MAA DEVELOPMENT AND WELFARE ASSOCIATION
PO Box 231
Nairobi, Kenya
tel. +254-2-335457, fax +254-2-219022

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OGONI - Morire per il petrolio

La storia vuole che la Nigeria, il più popoloso dei paesi africani, debba cadere sotto i riflettori dell'attualità raramente e sempre in occasione di avvenimenti tragici per le sue minoranze. Nel 1967, la secessione del popolo ibo sfocia nella la guerra del Biafra, uno dei conflitti più sanguinosi dell'Africa post-coloniale, che si conclude tre anni dopo col tragico bilancio di oltre 1.000.000 di morti.
Negli anni Novanta, dopo un quarto di secolo, il triste primato della cronaca tocca ad un altro popolo della repubblica africana, che per una sinistra coincidenza abita proprio in una parte dell'ex-Biafra: gli Ogoni.
Questo popolo di 500.000 persone vive appunto nel Rivers State - sulla carta la Nigeria è una federazione di 30 stati - che sorge nel sud-est, sul delta del Niger, ed è grande quanto la Toscana.
La Nigeria raggiunge l'indipendenza nel 1960, dopo essere stata una colonia britannica. Fra il 1966 ed il 1979 è scossa da quattro putsch militari e da una lunga guerra civile, quella del Biafra a cui si accennava prima. Da allora è governata dai militari, responsabili di un regime repressivo ed oscurantista che ha pochi eguali nel continente.
Nel paese vivono circa 250 gruppi etnici, ma i tre principali (Haussa, Yoruba e Ibo) costituiscono insieme quasi i due terzi della popolazione.
Il 95% delle esportazioni è costituito dal petrolio, che viene trovato ancora prima dell'indipendenza (1958) e da allora svolge un ruolo centrale nell'economia del paese.
Molti giacimenti si trovano nel Rivers State, ed in particolare nella regione abitata dagli Ogoni. Ed è proprio da questo che nascerà la loro tragedia.
Lo sfruttamento selvaggio del suolo produce mutamenti ambientali profondi: i fiumi e l'aria sono avvelenati dall'ossido di carbonio, le perdite di petrolio producono inquinamenti ovunque. La terra degli Ogoni è un gugantesco acquitrino di fango e petrolio.
A questo si aggiunge che la regione degli Ogoni viene sempre stata considerata un limone da spremere senza che gli indigeni ne traggano il minimo vantaggio economico - ammesso e non concesso che questo possa in qualche modo compensarli dei gravi danni ambientali e fisici. Lo stesso destino che tocca a molti popoli indigeni sparsi per il globo.
Negli anni Ottanta il malcontento diviene vera e propria resistenza civile fino a coagularsi nel Movement for the Survival of the Ogoni People (MOSOP), fondato nel 1990 dallo scrittore Ken Saro-Wiwa, che si impone velocemente come la voce della resistenza ogoni.
Il bersaglio della lotta non-violenta e radicale di Saro-Wiwa sono le multinazionali petrolifere, prime fra tutte la Shell, responsabili dell'ecocidio che si sta consumando nella terra della minoranza africana. L'impegno dello scrittore ogoni e del suo movimento guadagnano l'attenzione mondiale anche grazie al sostegno di un altro scrittore nigeriano, il Nobel Wole Soyinka, che nei primi anni Novanta denuncia la "pulizia etnica" realizzata dal regime militare contro gli Ogoni. La Shell e le altre compagnie petrolifere hanno infatti richiesto l'intervento dell'esercito affinchè neutralizzasse la resistenza locale: una richiesta che il governo militare soddisfa con la massima solerzia.
Intanto Saro-Wiwa scrive, parla, viaggia per far conoscere al mondo la tragedia del suo popolo. Nel 1992 esce il suo libro Genocide in Nigeria: The Ogoni Tragedy, e lo scrittore entra così nel mirino dei generali. Pochi mesi dopo presenta al governo nigeriano l'Ogoni Bill of Rights, un documento politico che chiede l'autonomia regionale ed un parziale controllo delle risorse naturali.
In Europa, intanto, Saro-Wiwa ha trovato l'appoggio dei movimenti ambientalisti, Greenpeace in testa, e delle associazioni per la difesa delle minoranze, in particolare della Gesellschaft für bedrohte Völker (Associazione per i Popoli Minacciati) e dell'UNPO (Unrepresented Nations and Peoples Organization).
Nella primavera del 1995 viene imprigionato insieme ad altri otto ambientalisti. A nulla valgono le iniziative e le pressioni internazionali per salvarli: il 10 novembre, dopo un processo-farsa, Saro-Wiwa e gli altri vengono impiccati.
Lo sdegno mondiale esplode prontamente, ma al posto delle solite condanne formali e di tanti paroloni ad effetto sarebbe forse meglio fare una riflessione. Ken Saro-Wiwa è morto perchè era e voleva restare un ogoni. Non voleva essere un nigeriano, perchè questo non significa niente. Lottava per una terra, una lingua, una cultura: in una parola, per un'identità. I generali nigeriani l'hanno ucciso proprio per questo.
Ma la sua lotta continua: oggi esistono sedi del MOSOP in Gran Bretagna, negli Stati Uniti ed anche in Italia, a Roma, dove Komene Famaa ha ottenuto asilo politico e cerca di mobilitare l'opinione pubblica su questa tragedia dimenticata.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
D. Nwiado, "Militarizing Commerce in Africa. The Example of Shell in Ogoniland", Indigenous Affairs, n. 2, April-May-June 1996, pp. 40-43.
Ogoni. Report of the UNPO Mission to Investigate the Situation of the Ogoni of Nigeria, February 17-26, 1996, UNPO, The Hague 1995.
A. Rowell, "Oil, Shell and Nigeria: Ken Saro-Wiwa Calls for a Boycott", The
Ecologist, XV, n.6, November-December 1995, pp. 210-213.
K. Saro-Wiwa, Genocide in Nigeria: The Ogoni Tragedy, Saros International Nigeria, Port Harcourt 1992.

INDIRIZZI UTILI
OGONI FREEDOM CAMPAIGN
37 - 39 Great Guildford Street
London SE1 0ES, Great Britain
tel. +44-171-2619060, fax +44-171-2619590
E-mail: ofc@gn.apc.org
Web: http://www.ecdpm/mosop

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TUAREG - I nomadi blu

Molti film e romanzi hanno dipinto un'immagine romantica dei Tuareg, quella di "orgogliosi cavalieri del Sahara", quasi l'equivalente africano dei cowboys. In realtà il loro mondo non ha niente a che vedere con tutto questo.
I Tuareg (oggi circa 1.500.000) sono un popolo nomade di ceppo berbero, molto probabilmente discendente degli antichi Garamanti ed abitano un territorio che si estende per circa 2.500.000 kmq (8 volte l'Italia) attraverso 5 paesi dell'Africa nordoccidentale: Algeria, Burkina Faso, Libia, Mali e Niger. In questi ultimi due paesi si trovano le comunità più numerose. Parlano una lingua propria ed hanno un proprio alfabeto.
Il nome col quale sono conosciuti deriva dall'arabo tawariq ("senza cammino"). Il loro vero nome è Imezir e sono divisi in confederazioni territoriali. Il classico appellativo di "uomini blu" deriva dall'indaco naturale col quale tingono le vesti.
I primi a parlare di loro sono i viaggiatori arabi (secolo nono) che li definiscono "uomini velati". Fra il 1300 ed il 1700 conducono molte guerre , spesso vittoriose, con popoli contigui come i Peul o i Songai.
Grazie a questo guadagnano vasti territori nel Sahara.
I primi contatti con gli Europei - in genere viaggiatori o missionari - avvengono solo nell'Ottocento. Alla fine del secolo il colonialismo francese che si sta radicando nel Maghreb porta a ripetuti scontri con i nomadi. Ma paradossalmente i Tuareg dovranno rimpiangerlo, perchè i gli stati che nascono in seguito alla decolonizzazione portano confini più rigidi e governi più dispotici.
Negli anni Settanta la grande siccità che colpisce il Sahel costringe i Tuareg ad emigrare verso il nord, in Libia ed Algeria. Gheddafi è l'unico capo di stato che li aiuta concretamente, ed alcuni di loro si arruolano nell'esercito libico. Altri si uniscono al Fronte Polisario, l'organizzazione dei Saharawi che dal 1975 si batte per l'indipendenza dell'ex-Sahara spagnolo dal Marocco.
Nel 1986 la loro situazione peggiora: il governo algerino espelle centinaia di famiglie rifugiate. Più tardi, nel Mali e nel Niger, la situazione precipita evolvendo negli scontri armati fra Tuareg ed i rispettivi eserciti governativi.
Nel 1991 i quattro principali movimenti tuareg si uniscono nel Fronte Unito per la Difesa dell'Azawad, una zona grande come l'Europa occidentale che si estende dal Mali fino alle montagne dell'Air in Niger.
Dopo duri scontri si arriva finalmente al "patto nazionale", siglato col governo maliano nel 1992, ma due anni dopo l'esercito di Bamako riprende le operazioni contro i guerriglieri nomadi. Il futuro degli "uomini blu", migliaia dei quali sono oggi profughi nei paesi vicini, rimane pieno di incognite. Questo anche a causa dei conflitti esistenti fra i vari movimenti tuareg, espressione di quelle alleanze e rivalità tribali nate nel periodo coloniale.
Alcuni reclamano varie forme di autonomia, come quella che potrebbe realizzarsi se il Niger fosse riformato in senso federalista. Altri, sicuramente minoritari, aspirano invece ad un utopistico stato indipendente.

Giovanna Marconi

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
V. Beltrami - M. S. Baistrocchi (a cura di), I Tuareg tra esilio, resistenza e integrazione, Vecchio Faggio, Chieti 1994.
E. Bernous,Chronique de l'Azawad, Plume, Paris 1991.
V. Brugnatelli (a cura di), Fiabe del popolo tuareg, 2 voll., Mondadori, Milano 1994.
H. Claudot-Hawad - Hawad (a cura di), "Touaregs. Voix solitaires sous l'horizon confisqué", numero monografico di Ethnies, n. 20-21, 1996.
M. Dayak, Tuareg, la tragedia, EMI, Bologna 1995.
A. Gaudio, Uomini blu. Il dramma dei Tuareg tra storia e futuro, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (FI) 1993.
S. Ramir,Touaregs au Niger: les pistes de l'oubli, L'Harmattan, Paris 1991.
M. Rostaing, I segreti degli uomini blu, Mondadori, Milano 1991.

INDIRIZZI UTILI
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50127 Firenze
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Pubblicazioni: Azalai

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AMERICHE

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AMAZZONIA - Le vittime del progresso

I popoli amazzonici sono senza dubbio i più gravemente minacciati dell'intero continente americano. Anche se sono molte centinaia, il loro numero complessivo si aggira sui 200.000: molti contano infatti poche migliaia e talvolta poche centinaia di persone. Com'è noto, si tratta di popoli che conducono una lotta quotidiana contro l'estinzione, spesso senza alcuna speranza. La loro condizione è quindi ben diversa da quella degli Indiani degli Stati Uniti o delle Ande, che vantano comunità numerose.
Il bacino del Rio delle Amazzoni, meglio noto come Amazzonia, è la più grande foresta tropicale del pianeta.
E' un tesoro biologico di valore inestimabile, habitat di un'incredibile varietà di piante ed animali. La regione sconfinata (grande quanto l'Australia) è suddivisa fra otto paesi, ma circa due terzi appartengono al Brasile.
Lo sfruttamento delle grandi risorse naturali (oro, stagno, diamanti, uranio, titanio) iniziò nel secondo dopoguerra. Negli anni Sessanta il governo brasiliano varò un progetto che aveva per obiettivo la costruzione di una rete autostradale nella foresta (la Transamazzonica). In tal modo si voleva dotare le imprese esportatrici di legname di una base nel cuore della foresta. Questo aprì le porte al disboscamento ed alla colonizzazione selvaggia.
Successivamente la foresta viene stravolta da nuovi progetti faraonici - Polonoroeste e Gran Carajas, che oltre ad avere un impatto ambientale devastante aprono la strada a migliaia di nuovi colonizzatori. Al tempo stesso una grave minaccia per gli indios è costituita dai garimpeiros (cercatori d'oro), uomini avidi e senza scrupoli, che spesso sterminano intere tribù col tacito assenso della FUNAI (Fundacion Nacional do Indio), l'ente governativo affine al Bureau of Indian Affairs operante negli Stati Uniti.
I pochi che non si piegano allr violenze dei latifondisti e dei garimpeiros pagano spesso con la vita: è il caso di Francisco (Chico) Mendes, pluriennale difensore degli indigeni, che viene ucciso nel 1988. Il sindacalista dei seringueiros (estrattori di caucciù) diventa così il simbolo della lotta per salvare la foresta che continua ad essere bruciata, devastata e sventrata nel nome dello "sviluppo".
La grande riunione indigena che si tiene ad Altamira nel 1989 segna l'inizio del "caso Amazzonia" che nei mesi successivi monopolizza l'attenzione dei media. L'adesione dei movimenti ecologisti salda definitivamente la questione indigena con quella ambientale.
Dell'Amazzonia si parla e si scrive sui quotidiani, sulle riviste universitarie, sui rotocalchi. In poco tempo diventano familiari i nomi di popoli prima sconosciuti: Kaiowa, Bororo, Xavante, Yanomami. Attorno a questi ultimi, in particolare, si forma un movimento d'opinione che raccoglie cineasti e missionari, ambientalisti ed uomini di cultura. Nascono varie proposte per la delimitazione delle terre yanomami: degno di nota è l'impegno instancabile di Claudia Andujar, che guida la CCPY (Commissione per la Creazione del Parco Yanomami).
Verso la fine degli anni Ottanta si registrano dei cambiamenti che fanno ben sperare: l'ecologista Josè Lutzemberger diventa Ministro dell'Ambiente, mentre a capo della FUNAI arriva Sidney Possuelo, un sincero sostenitore degli indios. Alla fine del 1990 il presidente brasiliano Collor de Mello annuncia che agli Yanomami vengono riconosciuti "diritti permanente" su un territorio di oltre 90.000 kmq.
Oltre agli Yanomami, altri popoli meritano un accenno: fra questi gli Xavante, che possono vantare il primo deputato indigeno nella storia del Brasile, Mario Juruna, eletto nel 1982. I Kaiowa, dal canto loro, sono afflitti nei primi anni Novanta da un'altissima percentuale di suicidi: i giovani reagiscono in questo modo alla grave crisi d'identità. I Waimiri-Atroari sono ormai ridotti a poche centinaia, ed il loro territorio viene sfruttato in modo selvaggio da una grande compagnia mineraria.
Ma l'Amazzonia non è solo Brasile. La Colombia, per esempio, si distingue per un migliore approccio alla questione indigena. Negli anni Ottanta il presidente Barco riconosce i diritti territoriali indigeni su un'area di 12.000 kmq. Queste terre divengono dei resguardos, qualcosa di sostanzialmente diverso dalle riserve in quanto la terra è proprietà collettiva delle comunità indigene ed è inalienabile. Le tribù hanno quindi un territorio che costituisce la base delle loro attività produttive.
Purtroppo, però, questa è solo l'eccezione che conferma la regola: solo una minima parte dell'Amazzonia si trova in Colombia, e l'arbitro della situazione rimane in ogni caso il Brasile.
Ed è proprio dal Brasile che arrivano fra il 1995 ed il 1996 notizie allarmanti: il Parlamento rivede in senso peggiorativo le leggi che regolano i diritti territoriali. Rischia così di andare in fumo il risultato di lotte che spesso sono state pagate con la vita.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
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V. Bonanni, Chico Mendes e la lotta dei seringueiros dell'Amazzonia, Datanews, Roma 1991.
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Circolo Amerindiano, Uomini e foreste. L'Amazzonia dalle origini alla distruzione, Arnaud, Firenze 1990.
M. Correggia - J. Steigerwald (a cura di), Alleanza per il clima tra le città europee e le popolazioni delle foreste tropicali, Campagna Nord-Sud, Roma 1992.
G. Eusebi, A barriga morreu! Il genocidio yanomami, Sonda, Torino 1990.
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R. Nehberg, Die letzte Jagd. Die programmierte Ausrottung der Yanomami-Indianer und die Vernichtung des Regenwaldes, Kabel, Hamburg, 1989.

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L'ALLEANZA PER IL CLIMA

Nata a Francoforte nel 1991, l'Alleanza per il Clima coinvolge l'associazione indigena COICA (Coordinadora de las Organizaciones Indìgenas de la Cuenca Amazonica) ed oltre 400 città, comuni e regioni di 10 paesi europei (Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Svezia e Svizzera). Questi ultimi si sono assunti l'impegno di attuare misure per la difesa dell'ambiente, aiutando così i popoli indigeni dell'Amazzonia a difendere la loro foresta.
Fra le altre cose, i partners europei dell'Alleanza si impegnano a dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2010 ed a proseguire questa tendenza negli anni successivi. Viene inoltre assunto l'impegno di ridurre il consumo energetico ed il traffico motorizzato.
Fra le città italiane che aderiscono a questa iniziativa, Bolzano, Bressanone (BZ), Città di Castello (PG) e Cortina d'Ampezzo (BL).

Giovanna Marconi

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INDIANI D'AMERICA - 500 anni di resistenza

I popoli rossi del Nord-America sono gli aborigeni più familiari all'uomo della strada, che li ha conosciuti attraverso il cinema, da Ombre rosse a Balla coi lupi. Questa fama è stata però pagata con rappresentazioni retoriche e distorte, oscillanti fra il buon selvaggio e la belva sanguinaria. In realtà essi sono ben diversi da quelli che abbiamo conosciuto sugli schermi: "Quanto più cerchiamo di essere noi stessi, tanto più dobbiamo difenderci da ciò che non siamo mai stati" scrive Vine Deloria junior, militante lakota e docente universitario, nel suo classico Custer è morto per i vostri peccati.
Per tracciare un quadro della storia recente degli Indiani nordamericani è necessario partire dalla fine del secolo scorso. Il 1890 segna la fine delle guerre indiane. Nel giro di pochi giorni viene ucciso Toro Seduto ed ha luogo il massacro di Wounded Knee: circa 300 indiani, fra cui molte donne e bambini, vengono massacrati dai soldati di George Custer che li stanno deportando verso altre riserve.
Con Wounded Knee, per l'uomo della strada cala il sipario sulla questione indiana, ed i popoli in questione diventano semplicemente quelli che vivono nelle riserve. Ma cosa accade in realtà?
Nel 1924 il Congresso riconosce gli Indiani cittadini degli Stati Uniti. Una decina d'anni più tardi viene emanata la Legge per la riorganizzazione degli Indiani, promossa da John Collier, l'unico Commissario degli Affari Indiani che viene ricordato come un sincero difensore dei loro diritti. Collier promuove lo sviluppo dell'artigianato, elimina i divieti che mortificavano le tradizioni religiose. Nel giro di dieci anni, dal 1934 al 1944, il territorio indiano aumenta dell'8%.
Progressi analoghi non si registrano però nei rapporti fra Indiani e bianchi: gli uomini rossi restano dei paria, marginalizzati e disprezzati.
Il 1944 è un anno importante: nasce il National Congress of American Indians, la prima organizzazione di respiro federale. Nel dopoguerra i tempi sono ormai maturi: quella che viene generalmente detta la "seconda resistenza indiana" inizia nei primi anni Cinquanta. In questo periodo gli Stati Uniti stanno iniziando a confrontarsi col movimento per i diritti civili dei neri.
Indiani ed afroamericani, com'è ovvio, hanno obiettivi diversi ed in buona parte opposti: in estrema sintesi, i neri vogliono realizzare quell'integrazione che gli altri rifiutano. Si verificano dei contatti, ma si tratta di episodi sporadici proprio a causa del motivo suddetto.
Col 1968, anno centrale per tanti sommovimenti sociali del dopoguerra, anche gli Indiani si organizzano per lotte più radicali. Nascono in quell'anno l'American Indian Movement (AIM) ed il giornale Akwesasne Notes. Questa pubblicazione (ancora attiva nel 1996) non è un giornale indiano come tanti altri, e negli anni successivi si imporrà come organo di collegamento fra le varie nazioni indiane. Dal canto suo, l'AIM si impone velocemente come il motore della nuova resistenza indiana grazie ad alcune azioni dimostrative, come l'occupazione dell'isola di Alcatraz, che dà luogo ad un braccio di ferro con le autorità che si protrae per 18 mesi. L'attivismo procede negli anni successivi: nel 1972 l'AIM organizza la marcia verso Washington nota come Trail of Broken Treaties (sentiero dei trattati infranti), per protestare contro il mancato rispetto dei circa 400 trattati conclusi nei secoli precedenti con i coloni europei.
Ma l'episodio che più di ogni altro incarna la resistenza indiana del ventesimo secolo è quello che ci riporta a Wounded Knee. Nel febbraio 1973 trecento indiani lakota occupano il villaggio che un secolo prima è stato teatro del noto massacro, e che ora sorge nella riserva di Pine Ridge (Sud-Dakota). In questo modo gli occupanti vogliono protestare contro la corruzione di alcuni capi e contro la politica del Bureau of Indian Affairs. Questo ente federale, che dovrebbe fornire assistenza economica alle riserve, in realtà le controlla e le conserva in condizioni di degrado umano, e talvolta cerca di costringere gli Indiani a vendere la terra alle multinazionali minerarie. L'occupazione di Wounded Knee si protrae per 71 giorni e termina sanguinosamente con l'intervento dell'esercito. Uno dei protagonisti della rivolta è Leonard Peltier, il cui nome è legato ad una lunga controversia giudiziaria che fa di lui il simbolo delle lotte indiane odierne. Peltier viene condannato a due ergastoli nel 1975: viene accusato di aver ucciso due agenti dell'FBI nel corso di uno scontro a fuoco avvenuto a Pine Ridge. L'accusa si basa su una testimonianza poi ritrattata, ma nonostante questo la vicenda si trascina fino ai nostri giorni, caratterizzata dalla provata falsificazione delle prove a suo carico.
Nel frattempo la questione indiana si internazionalizza: nasce l'International Indian Treaty Council (Consiglio Internazionale dei Trattati Indiani), che si propone appunto di dare dignità giuridica alle lotte per il rispetto dei trattati. Sono anni di grande fermento: nel 1975 nasce a Port Alberni (Canada) il World Council of Indigenous Peoples (Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni), che raccoglie per la prima volta Lapponi ed Eschimesi , Maori ed Indiani del Nordamerica.
Anche l'ONU, finora sorda ai problemi indigeni, organizza presso la sede di Ginevra la sua prima conferenza sulla situazione dell'America indigena (settembre 1977). Negli anni Ottanta la città svizzera diventa la sede della conferenza annuale che raccoglie i movimenti indigeni di tutto il mondo.
Anche le donne si organizzano: nel 1978 nasce WARN (Women of All Red Nations), che non vuole scimmiottare le femministe ma offrire un contributo originale alla soluzione dei problemi che travagliano la società indiana. Un'attenzione particolare viene riservata alla piaga della sterilizzazione forzata: come risulta da un rapporto del General Acconting Office (analogo alla nostra Corte dei Conti), migliaia di donne sono state sterilizzate a loro insaputa.
I problemi che affliggono gli Indiani non finiscono qui. Coloro che vivono nelle riserve sono spesso disoccupati e soffrono una crisi d'identità che cerca conforto nell'alcool o nella droga. Alcuni popoli, come i Western Shoshone, vivono in territori contaminati dagli esperimenti nucleari.
Una corretta sintesi dei problemi indiani non può infine prescindere dal profondo legame spirituale che unisce i popoli rossi alla Madre Terra: un legame per il quale la civiltà industriale rappresenta una minaccia permanente.
E' il caso delle montagne sacre, come le Colline Nere (Sud Dakota) o Monte Graham (Arizona). Le prime sono rivendicate dai Lakota in base al Trattato di Laramie (1868), mentre gli Apache, com'è noto, si oppongono alla costruzione di un telescopio (voluto, fra gli altri, dal Vaticano e dall'Osservatorio di Arcetri).
Problemi che anche in Italia hanno trovato una certa eco, ma la cui soluzione sembra ancora lontana, ed in molti casi improbabile.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
R. Allen - F. E. Caro, Prigionieri dell'Uomo Bianco. Lettere di due pellerossa detenuti nel braccio della morte del carcere di San Quentin, Kaos, Milano 1995.
W. Churchill (a cura di), Critical Issues in Native North America, vol. 1, IWGIA, Copenhagen 1989 (Document n. 62).
W. Churchill (a cura di), Critical Issues in Native North America, vol. 2, IWGIA, Copenhagen 1991 (Document n. 68).
V. Deloria, Custer è morto per i vostri peccati, Jaca Book, Milano 1972.
R. Erdoes - A. Ortiz (a cura di), Miti e leggende degli indiani d'America, Mondadori, Milano 1994.
M. Massignan, I Sioux. Il popolo di Cavallo Pazzo, Xenia, Milano 1996.
L. Miller, Il respiro della prateria. Voci, preghiere, canti degli Indiani d'America, Rizzoli, Milano 1995.
N. Minnella, Frecce spezzate, Kaos, Milano 1990.
B. W. Morse ( a cura di), Aboriginal Peoples and the Law: Indian, Metis and Inuit Rights in Canada, Carleton University Press, Ottawa 1985.
S. Onofri, Vite di riserva. Viaggio fra gli Indiani d'America, Theoria, Roma-Napoli 1993.
R. D. Ortiz, Indians of the Americas: Human Rights and Self-Determination, Zed Press, London 1984.
G. Pucci (a cura di), In difesa della montagna sacra. Mount Graham, Federazione nazionale dei Verdi, Roma 1993.
A. Schwartz, 1854-1915. Cronaca fotografica del genocidio delle nazioni indiane d'America, Priuli e Verlucca, Ivrea (Torino) 1980.
E. Scozza, Voci indiane d'America, Sensibili alle foglie, Roma 1994.
E. Scozza, Il coraggio d'essere indiano. Leonard Peltier prigioniero degli Stati Uniti, Erre emme, Roma 1996.
S. Steiner, Uomo bianco scomparirai. Profezie indiane sulle sorti della civiltà occidentale, Jaca Book, Milano 1995.
A. Versluis, Gli Indiani d'America, Xenia, Milano 1993.
J. Weddell - G. Mattioni, Guerriero dakota, Sensibili alle foglie, Roma 1995.

INDIRIZZI UTILI
AKWESASNE NOTES [rivista]
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IL CERCHIO
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22030 Castelmarte (Como)
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COMITE' DE SOUTIEN AUX INDIENS DES AMERIQUES
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Pubblicazioni: Nitassinan-Notre terre

INCOMINDIOS
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JOURNAL OF INDIGENOUS STUDIES
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NATIVE AMERICAS [rivista]
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INUIT/ESCHIMESI - I custodi della tundra

Spesso i nomi che vengono usati comunemente usati per designare i popoli indigeni nascondono un significato dispregiativo. I Lakota, ad esempio, vennero ribattezzati Sioux dai missionari gesuiti, che si ispirarono al termine nado-we-siu (vipere) adoperato da alcuni popoli nemici.
Non fanno eccezione gli Inuit, da sempre noti come Eschimesi (mangiatori di carne cruda), termine dispregiativo di origine algonchina.
I popoli indigeni del continente americano provengono da varie parti dell'Asia attraverso varie ondate migratorie che risalgono ad oltre 40.000 anni fa. Gli Inuit, come si capisce osservando i loro tratti somatici, sono originari delle fredde distese siberiane.
Abitano la regione della tundra e vivono di caccia, pesca e piccole attività agricole. Non mancano quelli che coltivano le arti figurative (in genere pittura e scultura), come ha documentato una bella mostra tenutasi a Verona nel 1995.
Oggi gli Inuit sono poco più di 100.000 e vivono divisi fra Canada (Québec, Labrador e Nunavut), Stati Uniti (Alaska), Groenlandia e penisola di Chukotka (Russia). Alle diverse collocazioni geografiche corrispondono differenze di vario tipo. Anzitutto la lingua: ad un paio di idiomi-base si aggiunge una grande varietà dialettale. Quelli che vivono in Russia costituiscono la comunità più esigua (1.500 persone), e questo aumenta il pericolo dell'assimilazione culturale. In Groenlandia, al contrario, rappresentano l'85% della popolazione, anche se molti groenlandesi sono meticci dano-eschimesi: l'isola è infatti un territorio autonomo sotto la corona danese.
Fondamentalmente nomade, disperso su spazi sconfinati, per lunghi scoli il popolo eschimese non conosce l'unità. Al tempo stesso, deve fronteggiare condizioni di vita durissime, con una natura spietata sempre in agguato. I pericoli della caccia, la malnutrizione e l'elevata mortalità infantile rendono molto bassa l'età media (30-35 anni). E' così che la vita degli aborigeni polari trascorre per circa 4.000 annisnza produrre una storia (almeno nel senso che noi attribuiamo a questo termine).
I grandi mutamenti arrivano soltanto verso la metà del diciannovesimo secolo, quando i missionari anglicani codificano l'alfabeto inuit prendendo a prestito i caratteri degli indiani Cree. Successivamente gli speculatori della Hudson Bay Company cominciano la sfruttamento intensivo dei territori indigeni del Nord-America, ricchi di oro, rame, argento e pellami. Nel 1867 nasce la prima federazione canadese, che poi si estende inglobando anche l'ampia regione sub-artica alla quale viene dato il nome di Territori del Nord-Ovest. Gli Inuit e gli altri popoli nativi dicventano così cittadini canadesi.
Agli inizi del nostro secolo viene scoperta l'esistenza del petrolio nella Valle del fiume Mackenzie. Questo stravolge il sistema di vita basato sulla caccia: il trauma economico e culturale che investe gli indigeni è grande. Bisogna però sottolineare che fra tutti i popoli del Nord-America gli uomini dei ghiacci sono quelli che meglio ad adattarsi alle nuove condizioni di vita, forti di certa attitudine al commercio che in altri è assai meno sviluppata. Le terre abitate dagli Inuit sono ricche anche in Alaska, dove nel 1968 viene scoperta l'esistenza del petrolio. Questo accresce l'importanza strategica dell'Artico e favorisce la sua militarzizzazione da parte delle due superpotenze.
Nel frattempo, i profondi mutamenti sociali determinati dai rivolgimenti economici rendono necessaria la collaborazione fra le varie comunità eschimesi. E' così che gli anni Settanta segnano l'inizio di una strategia di più ampio respiro, e nel 1977 nasce a Barrow (Alaska) l'Inuit Circumpolar Conference, l'organizzazione che darà dignità internazionale ai problemi del popolo eschimese.
Pochi anni dopo il nuovo organismo entra a far parte del Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni (nato nel 1975) e diventa membro consultivo dell'ONU. In questa internazionalizazione della questione indigena si inserisce quindi a pieno titolo l'azione dell'Inuit Circumpolar Conference, che vuole salvagurdare l'identità culturale eschimese, l'ambiente e l'irrinunciabile fonte di sussistenza costituita dalla pesca (soprattutto foca e balena).
Ma l'obiettivo più ambizioso è racchiuso in una parola: Nunavut (che significa "la nostra terra"). Si tratta di un programma di autonomia territoriale che riguarda una vasta area del Canada sub-artico. Nunavut è appunto il nome che questo territorio autonomo dovrebbe avere.
Questo obiettivo è al centro della lotta politica eschimese negli anni Ottanta. Si tratta di un iter estenuante, complicato da mille implicazioni giuridiche, ma gli Inuit dimostrano una pazienza ed una tenacia incredibili.
Naturalmente uno degli obiettivi di Nunavut è un effettivo accesso alle riserve naturali. La questione, fra l'altro, oppone più volte gli Inuit a varie associazioni ambientaliste - in particolare Greenpeace, la cui campagna per l'abolizione della caccia alla balena non può certo trovare l'adesione di un popolo che ha nei cetacei una fonte essenziale di sopravvivenza.
Negli ultimi anni, gli Inuit registrano alcuni progressi significativi. Nel 1991 iniziano le trasmissioni di Television Northern Canada, la prima emittente indigena, che trasmette in inglese e nei principali dialetti eschimesi.
Ma la più grande conquista degli aborigeni polari arriva nel 1992, quando Nunavut diviene finalmente realtà. Il territorio occupa un quinto dell'intero Canada, vale a dire circa 2.000.000 kmq. Su un sesto di questa superficie viene riconosciuto agli Eschimesi il diritto di proprietà, oltre ai diritti estrattivi in certe zone. Il Canada diviene ufficialmente un paese trinazionale, col popolo indigeno che si affianca alle due componenti già riconosciute (anglofona e francofona).
Questo riaccende le speranze degli altri popoli nativi, in particolare dei Cree, che nel 1988 avevano già firmato un accordo di massima col governo per la creazione di un proprio territorio autonomo.
Questo complica ulteriormente la governabilità di una federazione dove il Quèbec, unica provincia a maggioranza francofona, preme da molto tempo per l'indipendenza.
Ma il referendum sulla secessione che si svolge nell'ottobre 1995, e che vede i popoli indigeni schierati dalla parte del no, sancisce la sconfitta dei separatisti: il Quèbec rimane parte del Canada.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
AA. VV., Polar Peoples: Self-Determination and Development, Minority Rights Group, London 1994.
S. Hall, Il quarto mondo. Il patrimonio dell'Artico e la sua distruzione, Geo, Milano 1991.
J. Malaurie, Gli ultimi re di Thule. Vita quotidiana degli esquimesi, Mondadori, Milano 1991.
K. Rasmussen (a cura di), Favole e leggende eschimesi, Xenia, Milano 1993.
"Völker der Arktis", numero monografico di Pogrom (Göttingen), n. 119, 1985.
S. Zavatti, I misteriosi uomini dei ghiacci. Vita e cultura degli ultimi Eschimesi, Longanesi, Milano 1977.

INDIRIZZI UTILI
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MAPUCHE - Il popolo della terra

Nel Cile vive una grande varietà di popoli indigeni, quasi tutti di scarsa consistenza numerica: Quechua, Aymara, Atacama, Mapuche, quelli della Terra del Fuoco (Ona, Kawasqar, etc.) e gli aborigeni di Rapa nui, meglio nota come Isola di Pasqua. Quest'ultima, che dista oltre 3000 chilometri dal continente, appartiene geograficamente e culturalmente all'Oceania: la popolazione nativa è di ceppo polinesiano, come gli Hawaiiani ed i Maori della Nuova Zelanda.
Fra tanti popoli poco numerosi, l'unica eccezione è rappresentata dai Mapuche (detti anche Araucani), che sono quasi un milione e mezzo e costituiscono il 10% dell'intera popolazione. Un'esigua quantità (60.000) vive nella vicina Argentina.
Abitanti originari del territorio che corrisponde al Cile, i Mapuche ("popolo dela terra") difendono strenuamente la propria indipendenza durante l'invasione spagnola. Il poeta-soldato Alonso de Ercilla compone in questo periodo il poema epico La Araucana, dove descrive l'indiano come un nemico eroico e degno di rispetto: è un
approccio decisamente anomalo, se si pensa che siamo solo nel sedicesimo secolo,
quando il colonialismo europeo è in piena espansione.
Successivamente, col trattato di Quillin (1641), i Mapuche conservano ancora ampi territori meridionali a sud del fiume Bio-Bio. All'inizio del secolo diciannovesimo il Cile
proclama l'indipendenza dalla Spagna, e nei decenni successivi incorpora progressivamente le terre indigene. La resistenza dei Mapuche impegna l'esercito in una lunga serie di guerre che terminano alla fine del secolo. Gli indiani sopravvissuti vengono costretti in piccole riserve che costituiscono ormai solo il 6% delle terre originarie. Le leggi atte a garantire l'inalienabilità delle riserve vengono modificate negli anni Quaranta, pemettendo ai latifondisti di eroderle ulteriormente.
Negli anni Sessanta i Mapuche iniziano ad unire le proprie forze a quelle dei contadini
(che spesso non sono indigeni). L'elezione di Salvador Allende (1970) segna l'inizio di miglioramenti sostanziali: negli anni successivi la riforma agraria restituisce alle comunità indigene 70.000 ettari di terra. Viene creato un Istituto per l'Educazione Indigena con programmi bilingui. Il governo di Unidad Popular lascia inoltre ai Mapuche ed agli altri indigeni uno spazio nella vita politica che finora era impensabile.
Tutto cambia quando il colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti (settembre 1973) destituisce Allende ed insedia la giunta militare presieduta dal generale Augusto Pinochet Ugarte. Gran parte delle terre indigene viene confiscata e data ai potenti proprietari terrieri filo-golpisti. Molti indiani vengono torturati ed uccisi. La repressione non risparmia Melillan Painamal, che nel 1978 fonda i Centros Culturales Mapuches con l'obiettivo di creare un fronte indigeno contro la dittatura. Ma il vero colpo mortale per gli indiani è rappresentato dalla Legge 2568 che viene emanata nello stesso anno.
Dietro la facciata di una "politica di sviluppo", in realtà la nuova legge non fa altro che incentivare la divisione delle terre indigene in appezzamenti, dopodichè gli indigeni cessano di essere considerati tali. "Non ci sono indiani: siamo tutti cileni!" afferma Pinochet, che mira chiaramente all'etnocidio. Ad-Mapu, la principale organizzazione del popolo araucano, rinsalda l'alleanza con le forze dell'opposizione nel tentativo di opporsi alla politica governativa. La giunta risponde ancora una volta con la repressione. I Mapuche non si limitano a difendersi, ma al tempo stesso reclamano un ruolo attivo nella vita politica. La terza assemblea nazionale di Ad-Mapu, che si tiene all'inizio del 1983, approva infatti il Progetto alternativo per il popolo mapuche, che chiede fra l'altro di partecipare alla stesura di una nuova costituzione.
Negli anni Ottanta l'identità culturale del "popolo della terra" è minacciata dalla crescente urbanizzazione: nel 1988 sono ormai 200.000 quelli che vivono a Santiago, in condizioni di degrado affini a quelle di un apache urbanizzato. "Sono considerati l'espressione di una cultura inferiore, e questo li ha isolati. Si cerca anche di 'modernizzarli' e di 'cilenizzarli', e questo distruggerà l'identità culturale dei nostri fratelli" commenta con amarezza Canuiman, presidente di Ad-Mapu.
Nel 1989 cade la dittatura; con l'avvento del nuovo presidente, il democristiano Patricio Aylwin, viene formata una commissione speciale per i problemi delle popolazioni indigene. Il disegno di legge che viene elaborato è tecnicamente valido, ma carente sotto il profilo dell'autonomia. Anche quello della terra rimane un problema
grave, e negli ultimi anni si lega sempre più spesso allo sfruttamento ambientale. L'esempio poù plastico viene dalla comunità di Quinquen, un paese che sorge sulla cordigliera andina. Il territorio in questione, che legalmente appartiene ai Mapuche, è oggetto di una contesa che oppone gli indigeni alle grandi compagnie che vogliono sfruttare la zona. La questione viene risolta quando la Suprema Corte di Giustizia si pronuncia a favore degli interessi industriali ed ordina l'allontanamento degli indios.
La definitiva sanzione legale arriva nel 1987, quando un decreto permette lo sfruttamento dell'araucaria, l'albero che riveste una grande importanza religiosa per i Mapuche (fra l'altro, è presente nelle loro preghiere). La protesta indigena trova l'appoggio dei movimenti ambientalisti.
Successivamente, il governo Aylwin si sforza di invertire la rotta: l'araucaria viene dichiarata monumento naturale - per impedirne lo sfruttamento - e la regione diventa riserva nazionale in modo da impedire l'espulsione dei Mapuche. Al tempo stesso, il governo si dichiara disposto ad acquistare dalle compagnie le terre contese. Fallite le trattative per l'alto prezzo richiesto, il governo sottopone al parlamento un disegno di legge per l'esproprio delle terre. Molti parlamentari si ergono a difesa delle compagnie, sostenendo che il progetto di esproprio "contravviene al diritto di proprietà stabilito dalla Costituzione cilena": evidentemente si riferiscono ai diritti dei Cileni ma non a quelli dei Mapuche.
Negli ultimi anni si intensificano le iniziative di collegamento fra i Mapuche del Cile e quelli che vivono nella vicina Argentina: nell'ottobre del 1993, per esempio, si tiene un grande raduno che raccoglie oltre 200 persone. Nella stessa occasione vengono enunciati i principi fondamentali del processo di autodeterminazione: diritti culturali, territoriali e linguistici. Il popolo araucano continua quindi a lottare disperatamente per salvare quel poco che i discendenti dei conquistadores non hanno ancora travolto.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
AA.VV., Mapuches, Cooperativa Editoriale Zero, Milano 1992.
J. Bengoa, Historia del pueblo mapuche, siglos XIX y XX, Sur, Santiago, 1985.
B. Berdichewsky, The Araucanian Indians in Chile, IWGIA, Copenhagen 1975 (Document n. 20).
I. Hernandez, Aborigenes y derechos humanos: el pueblo mapuche, Busqueda, Buenos Aires 1985.
M. Ibarra, I Mapuche: la resistenza degli indios contro la dittatura cilena, Asal-Edizioni Associate, Roma 1989.

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MAYA/CHIAPAS -Terra e libertà

Il Messico conquista l'indipendenza dal dominio coloniale spagnolo nel 1821. Da allora fino al 1970, in tutte le costituzioni del paese si è sempre parlato di messicani e mai di popoli indigeni, sebbene i discendenti dei popoli originari siano una minoranza stimata fra il 12% ed il 17% della popolazione. Alcuni di questi popoli sono di ceppo maya ed appartengono quindi alla numerosa comunità (oltre 5.000.000 di persone) dispersa fra Messico, Guatemala, Belize, Honduras ed El Salvador.
Nel 1970, con una modifica della Costituzione, il governo Echevarria riconosce giuridicamente l'esistenza degli indigeni. Da allora, almeno sulla carta, il Messico è un paese multiculturale e plurilingue; ma di fatto gli indigeni non hanno nè avranno rappresentanza politica, né diritti territoriali od accesso alle risorse naturali.
Con gli anni Trenta l'obiettivo primario diventa la "modernizzazione ed industrializzazione del paese". Si comincia a parlare di un "problema indigeno", che il presidente Lazaro Cardenas definisce nel 1936 con queste parole: "Il nostro problema indigeno non consiste nel conservare gli indiani come tali o nell'indianizzazione del Messico, ma nella messicanizzazione degli indiani". In altre parole, nell'assimilazione.
Nel 1946 viene fondato l'Instituto Nacional Indigenista (INI). Il suo massimo ideologo, Aguirre Beltran, dichiara negli anni Settanta: "L'obiettivo è la distruzione della comunità indiana e del suo conservatorismo reazionario che vuole realizzare una struttura esclusivamente indiana con la formazione di una coscienza etnica (...)
E' necessario trasformare la loro casta (cioè la popolazione indigena, n.d.a.) in una classe in modo che possano diventare una parte della società, in questo caso del proletariato".
Lo scopo dichiarato dell'INI è quindi lo svuotamento e la distruzione delle basi esistenziali, economiche e sociali della popolazione autoctona. Lo "sviluppo" perseguito dal governo messicano porta all'etnocidio.
Tutto questo crea una tensione che cresce in modo silenzioso ma costante. La goccia che fa traboccare il vaso è costituita dal North American Free Trade Agreement (NAFTA), il trattato di libero scambiofra Messico, Canada e Stati Uniti che entra in vigore con l'inizio del 1994. In effetti il NAFTA favorisce l'importazione di generi alimentari a basso costo dagli Stati Uniti, danneggiando così l'agricoltura locale.
Con ogni probabilità le multinazionali dei due colossi nordamericani troveranno facili guadagni trasferendo le proprie fabbriche in Messico, dove il salario minimo di un operaio si aggira sugli 0,40 dollari (700 lire) contro i 4-5 di Canada e Stati Uniti (7000-8500 lire).
Poco prima che scocchi la mezzanotte del 31 dicembre 1993, circa ottocento uomini dell'Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional (EZLN) occupano San Cristobal de las Casas, capitale del Chiapas, ed alcuni distretti limitrofi nell'estrema parte occidentale della Selva Lacandona.
Nella dichiarazione di guerra contro il governo federale l'EZLN, che è costituito in larga parte da indigeni maya, si oppone fermamente al NAFTA. Il movimento armato chiede "terra e libertà, la fine del genocidio e la tutela dei diritti fondamentali della popolazione indigena". Non è un caso se la rivolta è scoppiata proprio nel Chiapas, che è lo stato più povero del Messico. Situato nel sud del paese e confinante con il Guatemala, il Chiapas è grande tre volte la Sardegna ma nonostante questo ha una popolazione scarsa, poco più di 3.000.000 di abitanti.
Emerge ben presto la figura di Marcos, il leader dell'EZLN che si autodefinisce Subcomandante perchè, come ama ripetere, "il vero comandante è il popolo". La questione del Chiapas risveglia l'entusiasmo internazionalista dei progressisti italiani (ma anche europei), dalla sinistra tradizionale raccolta attorno al PDS fino a quella movimentista che si esprime nei centri sociali. Marcos viene più o meno apertamente considerato un erede di Che Guevara, anche se i due contesti storici e sociali sono profondamente diversi. L'interesse per la causa zapatista è tale che nella sola Italia escono fra il 1994 ed il 1996 una ventina di libri, ai quali si aggiungono centinaia di réportages, dossier e convegni. La rivolta zapatista può contare sull'appoggio di un fronte eterogeneo che va da Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal, a Régis Debray, l'intellettuale francese già amico di Che Guevara.
Nel giugno 1994 l'Esercito Zapatista rompe le trattative col governo messicano, chiarendo che comunque non disturberà le elezioni presidenziali fissate per il 21 agosto.
Fra il 1995 ed il 1996 proseguono i negoziati di pace fra gli zapatisti ed il governo, che il 16 febbraio 1996 sfociano negli Accordi di San Andres. Questi riconoscono una certa autonomia delle comunità indigene, ma rimangono sostanzialmente inapplicati. Riprendono quindi gli scontri armati, che nel frattempo si sono estesi allo stato di Guerrero, dove si impone un'altra formazione paramilitare, l'Ejercito Revolucionario del Pueblo, di orientamento marxista.
Nel 1996 e nel 1997 gli zapatisti organizzano due "incontri internazionali per l'umanità e contro il neoliberismo" che raccolgono migliaia di simpatizzanti provenienti da ogni parte del mondo. Nell'estate del 1997, l'elezione del socialdemocratico Cauahtemoc Cardenos a sindaco della capitale lascia intravedere agli zapatisti più ampi margini di manovra, ma per il momento continua a dominare l'incertezza.

George Mayer, Giovanna Marconi

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
G. Almeyra - A. D'Angelo, Chiapas, Datanews, Roma 1994.
René Baez, Conversazioni con Marcos, Editori Riuniti, Roma 1997.
M. Balsamo, ¡Que viva Marcos! Storie del Chiapas in rivolta, Manifestolibri, Roma 1995.
"Du Chiapas au Sonora: autonomie indigéne", Nitassinan, 48, avril-juin 1997, pp. 9-30.
Chiapas: Challenging History, numero monografico di "Akwe:kon", XI, n. 2, Summer 1994.
Chiapas, le ragioni di una rivoluzione. Documenti della prima ribellione al nuovo ordine mondiale, curato e pubblicato dal Comitato internazionalista "Che Guevara", Bologna 1995.
P. Coppo - L. Pisani (a cura di), Armi indiane. Rivoluzione e profezie maya nel Chiapas messicano, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (Milano) 1994.
M. Duran de Huerta (a cura di) , Io, Marcos. Il nuovo Zapata racconta, Feltrinelli, Milano 1995.
A. Monod (a cura di), Feu maya. Le soulèvement au Chiapas, numero monografico di "Ethnies", 16-17, 1994.
W. Westphal, I Maya. Antichi e moderni schiavi, SugarCo, Milano 1992.

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QUECHUA ED AYMARA - I figli del sole

Con i Maya e gli Aztechi, gli Inca rappresentano una delle civiltà più avanzate e più complesse dell'America precolombiana. Il nome ufficiale del regno incaico è Tawantinsuyu, che in quechua significa "regno dei quattro cantoni"; fiorisce nel tredicesimo secolo ed occupa un territorio sconfinato che occupa fra l'altro tutta la Cordigliera delle Ande e rappresenta la più grande compagine statale precolombiana.
Tradotto nei termini geografici a noi noti, significa l'intera fascia costiera dalla Colombia al Cile, toccando inoltre Ecuador, Bolivia, Paraguay ed Argentina.
Nel Tawantinsuyu, che ha in Cuzco la città più importante, il Sole è la massima divinità e l'astronomia non rappresenta una scienza fra le altre, ma il fondamento dell'intera società. Come nota Pietro Radius, "sociologia e astronomia erano una sola pratica, saldate da una sorta di determinismo e di fatalismo che aveva già in sé l'idea della fine ed a tale evento preparava". L'idea che l'impero sia destinato a finire è quindi molto radicato nella classe dirigente, ma questo non impedisce una resistenza plurisecolare contro l'invasione spagnola.
Alla sconfitta del re Atahualpa, imprigionato ed ucciso da Pizzarro nel 1532, Manco Capac II fonda un nuovo stato incaico. Quarant'anni dopo viene ucciso Tupac Amaru, il leggendario personaggio che più di ogni altro incarna la resistenza antispagnola, e lo stato cade. Due secoli più tardi scoppia la rivolta capeggiata da Tupac Amaru II, che però soccombe come i suoi predecessori. Nel 1781 l'impero incaico tramonta definitivamente.
All'inizio del secolo diciannovesimo il Sud-America assume il volto che conosciamo: nascono le repubbliche, presto impegnate in una lunga serie di guerre che definiscono i rispettivi confini. Nel 1915 scoppia in Perù la rivolta di Rumi Maka: gli indios reclamano le proprie terre e l'autonomia politica. Richieste che si ripetono nei decenni successivi, sempre più o meno osteggiate dai vari governi - militari e civili - che si susseguono nei paesi dell'area andina.
Negli anni Venti il sociologo peruviano Josè Carlos Mariateguì sviluppa un'analisi marxista della realtà socioeconomica del suo paese. Il suo obiettivo è quello di coniugare le rivendicazioni etniche con quelle di classe: la lotta da lui propugnata fa esplicito riferimento all'impero incaico, che Mariateguì considera l'espressione di un socialismo ante litteram. Tutto questo esercita un certo fascino sull'intelligentsia
urbana, ma non riesce a coinvolgere i popoli aborigeni. Le nuove costituzioni (Perù, 1920; Ecuador, 1937; Bolivia, 1938) migliorano almeno in parte la condizione degli
indios, ma non impediscono la progressiva spoliazione delle terre a vantaggio dei latifondisti. Privati così delle risorse fondamentali, gli indigeni cadono in uno stato di servitù agricola. La loro resistenza si rivela inefficace, perché i latifondisti possono contare su stretti legami col potere politico. Quest'ultimo deve però tener conto di un fatto: nei paesi dell'area andina i popoli indigeni non rappresentano sparute minoranze come in altri paesi sudamericani (Brasile, Colombia, Venezuela). Basta pensare che in Ecuador ed in Perù superano il 40%, mentre in Bolivia toccano addirittura il 70%. I popoli più numerosi sono i Quechua e gli Aymara. Questo spiega perché in Bolivia ed in Perù il quechua diverrà lingua ufficiale accanto allo spagnolo. La forte consistenza numerica permette inoltre agli indios si partecipare attivamente alla vita politica.
In Bolivia, nel 1951, viene eletto presidente Victor Paz Estenssoro, ma gli oppositori non gli permettono di insediarsi. Scoppia così una rivolta popolare in appoggio al neopresidente, nella quale il contributo degli indigeni si rivela determinante. Durante la presidenza di Paz Estenssoro (1952-1956) un quechua viene eletto senatore per la prima volta. Viene varata una riforma agraria che sembra permettere una redistribuzione delle terre, ma in realtà gli indigeni non riescono a tornare in possesso delle proprie.
Negli anni Sessanta, una buona parte degli attivisti indigeni subisce il fascino di Ernesto "Che" Guevara e vede nel marxismo uno strumento di riscatto sociale. Qualcosa di simile, ma ben più tragico, si sta ormai preparando nel vicino Perù, dove nel 1970 nasce Sendero Luminoso, movimento comunista di osservanza maoista. Il fondatore è un bianco, Abimael Guzman (poi meglio noto come compagno Gonzalo), professore di filosofia dell'università di Ayacucho. Il nuovo movimento fa leva sullo scontento sociale dei contadini, spesso quechua od aymara provenienti dalle regioni più povere, afflitte dall'analfabetismo e da un'alta mortalità infantile. Alcuni anni dopo, Sendero Luminoso opta definitivamente per la lotta armata, mentre guadagna seguito anche nei centri urbani. Sendero Luminoso si serve degli indigeni ma è culturalmente estraneo alle loro lotte. Non si deve comunque pensare che il movimento terrorista trovi il sostegno di tutti gli indigeni, che anzi ne sono spesso le vittime; la loro posizione rimane infatti molto delicata e spesso difficilmente classificabile. "Essere un sospetto senderista è pericoloso. Stare dalla parte del governo è ugualmente pericoloso. La neutralità può essere mortale" scrive un giornale boliviano. Il quadro si fa ancora più complesso quando l'azione della guerriglia viene ad intrecciarsi con quella dei narcotrafficanti, ed il progetto statunitense per la sostituzione della coca con altre colture trasforma molti indios in alleati dei senderisti.
E' comunque necessario sottilineare, anche se in modo sommario, la profonda differenza fra il narco-traffico e le implicazioni della coca - sociali, rituali, nutritive - per i popoli indigeni: l'antropologo boliviano José Mirtenbaum afferma infatti senza mezzi termini che "la soppressione della coca significherebbe la fine della cultura andina". L'apparente convergenza d'interessi fra senderisti e indios non deve quindi trarre in errore.
Mentre la guerriglia insanguina il paese, e non di rado si accanisce contro le comunità indigene, nascono i primi movimenti che daranno un'eco internazionale alle lotte degli aborigeni sudamericani. Nel 1980 l'antica capitale inca - Cuzco, in Perù - ospita il congresso che segna la nascita del Consejo Indio de Sur America (CISA). Il primo coordinatore del nuovo organismo è Ramiro Reynaga, un quechua della Bolivia. Figura centrale del movimento indigeno, Ramiro è figlio di uno dei più importanti intellettuali andini, Fausto Reynaga. Autore di molte opere, fra cui La revoluciòn india, Fausto parte da posizioni nettamente filosovietiche per approdare ad una "terza via" indigena che influenzerà profondamente il figlio. E' l'ennesima prova dell'incompatibilità di fondo che esiste fra il marxismo ed i popoli indigeni, un fenomeno che si ritrova in altre parti del continente. Una conferma autorevole è quella che viene da Russell Means, leader storico dell'American Indian Movement: "E' una dottrina materialista che disprezza la tradizione spirituale, le culture ed i modi di vita degli Indiani americani. Marx stesso ci ha definiti precapitalisti e primitivi". Un'ottica che coincide appieno con quella di Ramiro Reynaga, fondatore fra l'altro del Movimento Indio Tupac Katari (MITKA), intitolato ad un eroe della resistenza antispagnola, che non deve essere confuso con il Movimiento Revolucionario Tupac Amaru, marxista e sostanzialmente anti-indigeno.
Non meno gravi sono i problemi che affliggono i popoli indigeni dell'Ecuador, che nella primavera del 1992 percorrono in marcia i 400 chilometri che separano Puyo da Quito per chiedere al governo la demarcazione dei loro territori ed una riforma della Costituzione che riconosca finalmente l'Ecuador come paese pluriculturale. Nello stesso periodo, le elezioni presidenziali riportano in primo piano i problemi del paese: il forte debito estero (oltre 12 miliardi di dollari), l'inflazione alle stelle e l'epidemia di colera proveniente dal vicino Perù. I potentati economici chiedono che il paese si allinei definitivamente sull'onda neoliberale dei paesi confinanti. Il deposto presidente, il socialdemocratico Rodrigo Borja, negli anni precedenti ha invece promosso una politica di austerità che non è riuscita nei suoi intenti. Gli elettori sono sei milioni, un un terzo dei quali è costituito dagli indios, che vivono nella regione andina o nella foresta amazzonica). Il loro peso è quindi determinante, ma è assai impossibile conciliare i loro diritti territoriali con l'invadenza delle compagnie petrolifere in un paese dove il petrolio costituisce la maggior fonte di ricchezza (300.000 barili al giorno). Questo quadro è aggravato dalla piaga del narcotraffico: ormai l'Ecuador non è più un anello secondario della catena internazionale.
Tutto questo disegna un futuro pieno di incognite per i popoli indigeni, che continuano a vivere emarginati nonostante la loro forte consistenza numerica.
Un barlume di speranza arriva nel 1993, quando l'aymara Victor Hugo Cardenas viene eletto vicepresidente: è la prima volta che un indigeno raggiunge una carica così alta. Negli anni successivi, in effetti, ne derivano dei miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda l'educazione bilingue e l'imposizione di norme più restrittive per il disboscamento delle foreste. Ma è ancora troppo poco per indurre anche all'ottimismo più cauto.

Alessandro Michelucci

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
J. M. Arguedas, Musiche, danze e riti degli indios del Perù, Einaudi, Torino 1991.
A. Labrousse, Le réveil indien en Amérique latine, Favre, Lausanne 1984.
M. Roda, Dall'etnia allo stato. Forme di potere nell'America andina, Angeli, Milano 1994.
S. Rivera Cusicanqui, "Oppressed but not defeated": Peasant Struggles among the Aymara and Quechwa in Bolivia, 1900-1980, United Nations Research for Social Development, Geneva 1987.
Wankar (R. Reynaga), Tawantinsuyu. Cinco siglos de lucha contra España, Editorial Nueva Imagen, México 1981.

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